L’altalena sull’orlo del baratro

il dondolo sull'abisso

 uggioso piovischiare

stasera

su questa catartica babele

mentre vagolo dietro l’illusione

riflessa

da un catarifrangente nella nebbia

Esiste ancora la possibilità di un antidoto contro la Babele imperante della non condivisione, dell’assenza dell’altro, del cinismo cronico e del primato indiscusso dell’egoismo?

Mi arrovello nel cercare una risposta alla futilità dei continui dibattiti televisivi dove nessuno cerca di dare una risposta realistica alla necessità di combattere le disuguaglianze diffuse. La politica si esprime solo con parole di odio – un’oscena altalena sull’orlo del baratro – e lo psico-dramma nazionale di oggi è la sconfitta, sia pur dolorosa, di una nazionale di calcio; metafora del fallimento di un un’intera società, perdente dappertutto e incapace di prendersi le proprie responsabilità. Il qualunquismo populista imperante in politica si è espresso, alla fine della partita, con i coretti: andate a lavorare! Se un golletto, peraltro meritato, ci avesse permesso di ribaltare il risultato, staremmo tutti ad osannare una squadra mediocre alla quale tutto si può rimproverare tranne l’impegno.

Mi scontro ogni giorno contro la necessità, l’inevitabilità del vivere…

non posso più vivere

sospeso

in questa dimensione aliena

tra le atmosfere brilluccicanti della realtà virtuale

dove mi girotondo inutilmente

su me stesso

.

debbo trovare la soluzione

del problema

costruire il mio karma

tra le quattro mura di questo solitario

cantiere dell’utopia

 

E allora, di fronte al fallimento della ricerca di una risposta agli angosciosi interrogativi esistenziali…

con la faccia spalmata

contro

la trasversalità della notte

– tutti i gatti a quest’ora sono neri –

ascolto il battito del tergicristallo

sincronizzarsi

col ritmo del mio cuore

Il mio cruccio è quello intuito da Ennio Flaiano: “Vedere una società che si va degradando, deteriorando… per perdere anche quel poco di umano che le resta” (La solitudine del satiro, 1973).

in queste stanze

vuote

che hanno il colore

seppia

di un vecchio dagherrotipo

sgualcito

esploro col mio terzo occhio

ogni ruga segreta

.

fuori all’aperto

una incoerente luminosità

esalta

la fragile volubilità del presente

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