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  •  Incontri con la poesia italiana del ‘900 – Saggio

Intervista condotta il 22 dicembre 2006 da Cinzia Donatelli Noble, che insegna letteratura italiana contemporanea nella Brigham Young University di Provo (Utah, USA), e riportata nel saggio “Incontri con la poesia italiana del Novecento”.

Come è nata la tua passione, il tuo interesse per la poesia?
Ho cominciato a scrivere poesie fin dall’infanzia: erano logicamente componimenti ingenui che esprimevano solo il tentativo lirico di dar voce alle emozioni. Le poesie migliori della mia giovinezza, quelle scritte tra il 1950 e il 1953, le ho raccolte in un volume dal titolo “Frammenti di memoria”. Sono liriche che manifestano la sensazione di doloroso sradicamento provata quando, giovanissimo studente-lavoratore – nel ‘50 avevo 18 anni – affrontavo per la prima volta le difficoltà della vita in città ai miei occhi ostili, lontane soprattutto dal mio amore (mi sono mantenuto agli studi universitari facendo l’istitutore prima a Firenze nel Convitto Nazionale Cicognini di Prato – quello dove hanno studiato Gabriele d’Annunzio e Curzio Malaparte – e poi a Napoli nel Collegio Pontano Conocchia). Dopo la laurea mi sono buttato a capofitto nella professione medica e ho trascurato la scrittura: è stato in un certo senso un periodo di vacanza, non di assenza. Quando ho ricominciato a scrivere mi sono dedicato alla narrativa e ho pubblicato tre romanzi: “Un anno particolare”, “Nebbia fitta” e “Lampi di luce nel buio” nei quali ho colto a pretesto le atmosfere accattivanti delle storie poliziesche o d’avventura per affrontare argomenti “seri” quali la rievocazione storica, la politica, l’impegno e la denuncia civile. Ho cercato in pratica una contaminazione, non solo nei contenuti ma anche nel linguaggio, tra generi letterari diversi, alternando a volte, all’interno delle opere, la struttura narrativa tradizionale a quella poetica e a quella diaristica.
Alla poesia mi sono riavvicinato durante l’esperienza più angosciosa della mia vita, l’ultimo tormentato anno di esistenza della mia compagna: la mia seconda silloge “Solo” è il doloroso diario poetico di quell’anno.

Oggi, quando scrivi poesie, a chi ti rivolgi? Ti rivolgi a qualcuno, a un pubblico ideale, oppure scrivi per sfogo personale?
Scrivo quando scatta in me l’impulso creativo. Non è questa una banalità: in realtà ci sono periodi, anche lunghissimi, nei quali non penso assolutamente alla scrittura; poi all’improvviso arriva, come un moto irrefrenabile, l’ispirazione e non posso più smettere. Ho scritto “d’altro Canto” nel 2004 e ricordo che quell’anno sono rimasto incollato tutti i giorni al computer. Le cose che solitamente mi appassionano non esistevano più e a volte mi svegliavo nel colmo della notte per scrivere.

Quando scrivi, che cosa provi, che tipo di emozioni provi?
Ho scritto in una mia poesia: “…debbo trovare la soluzione / del problema / costruire il mio karma / tra le quattro mura di questo solitario / cantiere dell’utopia”. La mia in effetti è sempre stata una poesia di introspezione, un’analisi del mondo interiore, un’autoanalisi nel tentativo di riportare in superficie le esperienze inconscie dell’Io. Tento, quando scrivo, di dar voce all’inesprimibile. Ho intitolato appunto una mia silloge, Abracadabra, perché questo nome evoca in me la formula magica capace di illuminare il buio dell’anima, di placare l’angoscia del vivere.

A quali poeti fai riferimento?
Fin dai tempi del liceo sono rimasto affascinato dalla poesia di Ungaretti e da quella di Montale. A quei tempi l’ermetismo e il crepuscolarismo erano la scoperta privata di qualche studente; per la scuola ufficiale la poesia contemporanea iniziava e finiva con Pascoli e d’Annunzio.

Hai scritto sia in prosa che in poesia. Come definiresti la differenza tra il linguaggio della prosa e quello della poesia?
La narrativa, al di là dei contenuti, richiede, dal punto di vista del linguaggio, notevoli capacità affabulatorie. A mio avviso l’intuizione poetica è invece tanto più intensa quanto più è breve. La poesia inoltre deve essere più attenta a suggerire che a dire, deve curare l’aspetto fonico, ritmico, timbrico del linguaggio per dare una forma musicale alle emozioni. Entrambi i generi necessitano, io credo, di un lungo, estenuante, artigianale lavoro di bulino sulla parola. In particolare la poesia. Non credo infatti alla lirica che si autodefinisce “di getto”: fulminante può essere l’ispirazione, illuminante. Ma la poesia ha bisogno poi di tempi lunghi, di riflessione, accumulazione, rivisitazione; di ricerca continua, disperata.

Sempre parlando di linguaggio, al giorno d’oggi la lingua può ancora comunicare, oppure si è creato uno stacco tra parola, lingua, significato, significante e noi stessi? Il linguaggio della comunicazione è ancora valido oggi, oppure lo stiamo perdendo?
Montale ha scritto che ogni poesia deve trovare per vivere il suo “destinatario”, e questo è sempre vero anche se oggi il poeta deve fare i conti con l’universo delle comunicazioni di massa che tentano, purtroppo con successo, di annullare ogni possibilità di solitudine e di riflessione. L’odierna facilità di comunicazione è poi, a mio avviso, l’opposto della conoscenza perché la velocità è troppo spesso la dissoluzione dei contenuti. L’eccesso della comunicazione massmediatica, dietro l’alibi di una conquistata democrazia del sapere (la notizia alla portata di tutti, in ogni casa e in presa diretta), prepara la strada a una sorta di nuovo oscurantismo.

Che ne pensi dei critici che commentano le tue poesie? Ti piacerebbe poterli indirizzare, oppure accetti completamente il loro lavoro sul tuo, come “opera aperta” e preferisci lasciarli completamente liberi?
Che critica sarebbe se fosse condizionata! Aspiro solo a una critica senza preconcetti e soprattutto informata. Mi piacerebbe che chi mi giudica avesse letto veramente quello che ho scritto, e non si fosse limitato invece a spulciare una mia raccolta, leggendo magari la prima poesia, l’ultima e un paio nel mezzo del volume. Quello che mi aspetto insomma da un critico è che mi legga prima di giudicarmi.

Dopo questa nuova raccolta che uscirà agli inizi del 2007, come vedi il tuo futuro di scrittore, hai altre idee, altri progetti?
Non voglio fare progetti: ho “qualcosa ancora da cercare” ma è forte la consapevolezza del “poco tempo che resta”.

 

  • Sipario

Intervista di Annapaola Di Ienno pubblicata il 9 giugno 2007 sulla rivista “SIPARIO”

A tre anni di distanza, Luciano De Angelis pubblica la sua nuova raccolta di poesie “d’altro Canto” (Edizioni Tracce), un titolo originale quanto enigmatico.
Kaos, i giorni anacoluti del nonsenso, la curva della memoria, sono rispettivamente i titoli che articolano le tre parti di cui è composta l’opera.

Mi corregga se sbaglio: in alcune poesie ci si accorge come lei sia affannosamente alla ricerca d’altro. Da cosa deriva questa necessità impellente?
Ho sempre dubitato della poesia che si autodefinisce “di getto”. Fulminante, a mio avviso, può essere l’ispirazione, illuminante. Ma la poesia ha bisogno poi di tempi lunghi, di riflessione, accumulazione, rivisitazione. Di ricerca continua, disperata. In questo senso i versi d’altro canto / vado in cerca ancora / d’altro hanno una duplice possibilità interpretativa. Ci si può leggere prima di tutto l’aspirazione a un linguaggio poetico diverso, a un altro canto, che rifugga la retorica banalizzante dei sentimenti, che dia voce all’inesprimibile, a una dimensione creativa fantastica, allusiva, magari onirica; un linguaggio capace di esaltare il valore fonosimbolico della parola. Una seconda chiave di lettura, come lei giustamente suggerisce, è la ricerca d’altro. E questa affannosa necessità, che nella vita reale mi ha costantemente portato a cimentarmi in nuove esperienze, è divenuta il tema ricorrente della mia poesia. La ricerca d’altro, infatti, nei miei versi è sempre stata il tentativo di dare una risposta agli interrogativi esistenziali; il titolo della mia precedente raccolta, Abracadabra, è per l’appunto evocatore della formula magica capace di illuminare il buio dell’anima, di placare l’angoscia del vivere.

Cito testualmente: “[…] una ragione io alla fine per sentirmi ancora libero”. Cosa vuol dire per lei sentirsi libero?
Il clima di permissivismo che si respira nella nostra società ha creato in tutti l’illusione di una grande libertà conquistata. In realtà oggi più che mai siamo vittime di poteri, occulti e palesi, che omologano le culture e governano le coscienze. La fede nella ragione e nella conoscenza, il principio della tolleranza, che abbiamo ereditato dall’Illuminismo, sono termini desueti; viviamo ormai in uno stato di anestesia e di assuefazione che ci rende disponibili alla supina accettazione di ogni Pensiero unico. La stessa odierna facilità di comunicazione è l’opposto della conoscenza perché la velocità è troppo spesso la dissoluzione dei contenuti. L’eccesso della comunicazione massmediatica, dietro l’alibi di una conquistata democrazia del sapere (la notizia alla portata di tutti, in ogni casa, e in presa diretta), prepara la strada a una sorta di nuovo oscurantismo.

Questa domanda potrebbe apparire banale se non addirittura scontata, quale significato ha per lei l’esistenza?
L’esistenza, per chi non accetta in maniera acritica dogmi e verità rivelate, è un mistero, fonte di dolorosi interrogativi non solo per me (esemplare è il montaliano male di vivere).

In “vagare” fa capolino il desiderio, forse mai sopito, di un mondo a colori. Lei concretamente pensa che la poesia possa aiutare a cambiare il mondo?
La poesia non ha il potere di cambiare il mondo; c’è anzi da chiedersi se essa possa sopravvivere in mezzo alle atmosfere alienanti della realtà virtuale. A questo interrogativo la mia risposta è affermativa: la poesia oggi rinasce paradossalmente per reazione alla massificazione dei gusti, dei costumi e dei comportamenti in cui versa la società contemporanea, e offre all’uomo un rifugio, il luogo deputato ai sempre più rari momenti di raccoglimento e di riflessione.

Ci spiega, come sono stati scelti e soprattutto c’è qualcosa che accomuna, i tre titoli che suddividono la raccolta?
La prima parte della mia silloge, Kaos, è una sofferta riflessione sull’eterno conflitto tra le ossessioni del Potere e l’aspirazione alla libertà e al rispetto di valori etici; un grido di ribellione contro l’indifferenza e la fine delle speranze. La seconda parte, I giorni anacoluti del nonsenso, è un viaggio introspettivo che mano a mano si trasforma in una esplorazione nel nonsenso del nostro tempo, tra le angosce dell’alienazione. Infine nella terza parte, La curva della memoria, riaffiora la speranza. L’unica risposta certa che sono stato capace di dare agli interrogativi esistenziali è la fiducia nella memoria, l’anima immortale dell’universo; da cui la speranza di sopravvivere, attraverso essa, nel cosmo fluido della compresenza.

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