CONSONANZE E DISSONANZE

CONSONANZE E DISSONANZE

CONSONANZE E DISSONANZE

Dopo la pubblicazione nel 2009 del mio ultimo romanzo, Nel labirinto, sono stato colto da una forma di afasia ispirativa che mi ha fatto ritenere conclusa per sempre la mia stagione creativa. È bastato invece un periodo di crisi esistenziale, fisica e spirituale, per indurmi alla solitudine e di nuovo alla scrittura.

Le poesie di questa breve raccolta sono state scritte nel giro di due mesi. I versi sono forse diversi, per stile e contenuti, da quelli miei precedenti. In effetti i topoi della mia poesia sono sempre stati la ricerca continua di risposte credibili agli interrogativi esistenziali; spesso una riflessione sul conflitto tra le ossessioni del Potere e la naturale aspirazione alla libertà; un incitamento a lottare contro il Pensiero unico, tutti i Pensieri unici, contro l’indifferenza, l’anestesia delle speranze e la fine delle illusioni. Ho inoltre in generale prediletto una poetica del frammento. Le poesie di questa raccolta sono invece spesso lunghe, e i versi esprimono soprattutto un’ansia surreale, come surreale era l’atmosfera del momento in cui li ho scritti.

È evidente che la vecchiaia cambia anche il modo di poetare.
Suggestionato dalla musica da camera che ascoltavo mentre scrivevo, ho dato alle poesie titoli che rimandano, solo per fascinazione, al mondo musicale.

l’autore

 

La nuova raccolta poetica di Luciano de Angelis rivela già dal suo titolo il profondo legame con la musica che ne è all’origine. Prima della memoria, dei sentimenti, dei grandi interrogativi sul senso dell’esistere che sempre sono al cuore della poetica di Luciano De Angelis, è la musica qui ad assurgere a ruolo di primaria fonte ispiratrice, potenza salvifica d’un’umanità che oscilla fra perfette armonie e disarmonie dolorose del vivere.

Nel suo rimando costante a riferimenti e a forme della musica “colta”, la silloge è quasi una celebrazione dell’arte dei suoni, sul solco della tradizione che, da Orfeo a Quasimodo, vuole il poeta “cantore”.

Luciano De Angelis sembra sorprendere se stesso in un genuino ritrovato impeto creativo, riscoprendo una nuova feconda sorgente di emozioni e suggestioni proprio nell’ascolto di ciò che oltrepassa la parola per esprimere il suo senso.

Non è nuovo il richiamo esplicito alla musica in componimenti poetici: la musica, nel suo essere segno significante al di là della verbalità, è armonia dell’universo per Dante, Shelley, Shakespeare, e oltre al già citato Quasimodo, potremmo ricordare in special modo per affinità tematiche Pessoa, (“il violinista pazzo”), o Montale (il Montale di Ossi di seppia, o della raccolta giovanile, “Accordi” – sensi e fantasmi d’un adolescente, pubblicata postuma). Nella silloge di De Angelis, però, ognuno dei componimenti poetici della raccolta reca per titolo un termine che corrisponde ad una diversa forma musicale.

E’ come se, leggendone i versi, fossimo invitati all’ascolto inconscio d’una qualche musica accennata o immaginaria, definita solo in parte, una melodia perfettamente “intonata” ai versi nel suo essere portatrice di emozioni, suoni e voci dal passato, come nella “Sonata di Venteuil” della Recherche proustiana. Senza lasciarsi avviluppare da nessuna forma rigida, il poeta mantiene la sua consueta libertà compositiva e, in versi sciolti, evoca le complesse strutture della tradizione della musica “classica” come suggestioni sonore che diventano la scaturigine per riflessioni sulle proprie emozioni, sulla natura, sul tempo perduto.

Ad aprire la raccolta è “Aria”, ove il poeta gioca sull’ambiguità semantica della parola, intesa ora come afflato dei venti, che muove foglie e giunchi del presente e del passato (immagini naturali, insieme alla neve, fra le più ricorrenti nella silloge di De Angelis) sia come forma musicale “per voce solista e accompagnamento strumentale”.

Qui, malgrado il richiamo musicale più arcaico, è ancora a Montale e alla sua ricerca dell’ ”anello che non tiene” che possiamo accostare De Angelis quando scrive “fuggo contromano alla ricerca/ disperata/ del varco/che mi disveli l’ultimo segreto”. Se in Montale era la solarità dei limoni a stupire e a scaldare il cuore del poeta, qui è l’algido biancore di una nevicata inaspettata (come in “Romanza”, o in “Concertino”, quest’ultimo articolato in più movimenti, a scandire il diverso ritmo di lettura) ad imporre il tempo dell’attesa, a regalare nuove riflessioni e a “stravolgere ogni consuetudine”.

Se le consonanze sono, in termini strettamente musicali, accordi che non destano nel lettore nessun senso di inquietudine, è proprio nelle dissonanze e nell’aspettativa di risoluzione generata nell’ascoltatore che si creano le premesse per l’evoluzione del discorso sonoro. La neve impone una condizione di solitudine: poi però muta di segno e riesce a donare al poeta un baluginio di speranza in Canto, poesia dove il riscatto esistenziale avviene infine grazie al riconoscersi nella propria storia, nella verità degli affetti vissuti o perduti, nello stesso dubitare, che è apertura al possibile e infine nella capacità poetica che suona come una vittoria sulla finitezza umana: “Nel dubbio continuo/ mi riconosco/sul senso/ultimo/di questa mia storia infinita”.

Malgrado le promesse, però, alle radicate, irrisolvibili domande sul senso della vita, la musica non può rispondere: nulla sembra dare al poeta le certezze che animano la sua ricerca ma, per dirla con Von Schober, la musica “arte incantevole”, nelle “ore grigie, quando il cerchio della vita ci avvolge” infiamma ancora il suo cuore trasportandolo in un mondo migliore2.

Il richiamo alla poetica romantica è a mio avviso una delle possibili chiavi di lettura di questa silloge: se la parola è canto (basti pensare a Goethe, “Canto notturno del viandante”, o a Leopardi, “Canto notturno d’un pastore errante dell’Asia”, o alla penultima raccolta di De Angelis, d’altro Canto e a molti altri poeti ancora) il poeta allora potrebbe essere l’errante, il viaggiatore irrequieto che cerca il senso dell’esistenza e leva al mondo la sua voce; ma l’ironia di Luciano De Angelis interviene a fare del “Wanderer” romantico un vagabondo che non può che esprimersi con una cantilena, con un violino “scordato” (come “scordato” era il cuore di Montale3) pietosamente avvolto e accolto dal buio.

Anche nella “Ballata del viaggiatore” a prevalere è il senso di estraneità dalla terra, da se stessi, dal proprio “doppio”, il “gemello crudele”, temuto e sempre vivo negli antri più oscuri della coscienza. Alla tradizione musicale romantica appartengono anche “Romanza”, “Notturno”, “Fantasia”: mancano qui però le sublimi visioni naturali che riscattavano il poeta romantico dalla sua solitudine; l’io narrante ritorna ad aggirarsi “nel sogno/ tra i viali deserti del cimitero / sulla collina/ tra memorie che non odono mai”.

Qualche varco si apre nella “Rapsodia in nero di seppia” dove per avventura sembra capitare un incontro fortuito e surreale con una donna che, con una rosa rossa appassita, gli diviene sorella nella comunanza all’estraneità delle grida festanti che giungono dalle altre case: “Sulla soglia di una casa dalle finestre mute / muta mi osserva la donna / ambiguo il sorriso / sotto le palpebre basse”.

A forme musicali più antiche rimandano “Mottetto”, “Fuga”, “Minuetto” ma anche qui non troviamo strutture fisse ma “visioni sonore”, sinestesie efficacissime nella loro brevità. Lapidaria nel suo ermetismo è anche “Requiem”, quasi un aforisma sul senso della morte e della vita.

Negli ultimi componimenti che chiudono la raccolta, “Fantasia” e successivamente in “Fantasia equinoziale”, sono i venti e la luce a donare ali nuove all’uomo e al poeta, che riesce a catturare una nuova stagione di speranza, a librarsi oltre il visibile e dimenticare per un istante il passato, per vivere con pienezza l’hic et nunc; un traguardo esistenziale e poetico accompagnato dagli squillanti strumenti della natura.
La “cetra” di Luciano De Angelis non è appesa al salice, ma è vibrante, sonora, viva nel suo continuare a tentare strade che scandaglino le profondità umane, sempre in cerca di nuove possibilità espressive con le consonanze e le dissonanze del suo spazio e del suo tempo, capace di suscitare riflessioni ed emozioni, per avvolgerci ancora una volta nell’umana, comune ricerca di un accordo che oltrepassi la mera durata dei suoni, che ne dilati l’eco all’infinito.

Cinzia Zuccarini
violinista

 

Conoscevamo già Luciano De Angelis per le sue esperienze nel mondo della pittura e in quello delle arti figurali della prosa e della poesia. In questa ultima silloge troviamo continui rimandi a un altro dei suoi molteplici interessi: la musica. Il titolo stesso, Consonanze e dissonanze del vivere, ci riporta alla ricerca di un’armonia con l’universo, una ricerca d’identità ed appartenenza che è stata anche di Ungaretti, Montale, Quasimodo e altri grandi della poesia italiana, perché tutti aneliamo ad unirci all’armonia del cosmo: Pitagora per primo dice di averne udito la sinfonia, così Dante, Keplero ed altri fino ai giorni nostri.

C’è chi ne ha perfino registrato il suono con strumenti moderni: ogni pianeta produce una sua nota personale che poi si unisce armonicamente a quelle degli altri astri. Per questo forse mettere parole in musica ci è sempre piaciuto, perché inconsciamente sappiamo che esiste questa sinfonia delle sfere, e la musica amplifica l’intensità delle sensazioni che si provano ad ascoltare una canzone popolare, fino ad arrivare alla potenza inimmaginabile dell’opera.

Tornando a questa raccolta di poesie, il titolo fonico ne imposta immediatamente l’impronta, seguito dal filo conduttore dei titoli delle singole composizioni che si snodano tra le pagine, tutte coerenti alla tematica musicale. Nella premessa l’autore afferma di aver pensato alla musica perché la ascoltava scrivendo, mettendola quasi come musa ispiratrice del suo estro poetico. Egli ha capito che, anche se cerchiamo sempre una consonanza con l’universo, spesso invece troviamo una dissonanza, testimone di quel male di vivere che ci tormenta. La parabola artistica di De Angelis continua quindi con la sua costante ricerca della risposta agli interrogativi esistenziali, dell’anelito di libertà che è dentro ciascuno di noi, della ribellione contro il perbenismo ipocrita.

La prima poesia proposta, “Preludio”, è una presa di posizione, il richiamo a un impegno che tutti dovremmo prendere verso di noi e i nostri simili. È un inno contro la superficialità degli sciocchi, contro chi ignora per comodità, per quieto vivere. “Aria” invece affronta l’incubo della malattia invalidante, che costringe a letto, immobile, in un tunnel di buio, in un’atmosfera da “Notturno” dannunziano, anche quest’ultimo scritto in un momento di infermità. E nella notte si sogna, si anela all’aria di fuori, si ricordano le immagini della Donna che portano inizialmente la vertigine dell’estasi, poi il dolore dello smarrimento.

In “Romanza” si nota invece la dicotomia tra il colore bianco e il nero, opposti intrinsecamente, ma qui riuniti insieme dall’immagine della neve, simbolo di morte della natura, quella natura a cui ci si aggrappa, ma che non ci sorregge più perché è stata spezzata dalla morsa del ghiaccio. La ricerca esistenziale torna possente nella “Ballata del viaggiatore”, il quale, dopo un lungo percorso vitale, si vede ancora proteso alla ricerca della sua più intima identità, ma rimane intrappolato dalle mille immagini di specchi convergenti e distorti che lo confondono e lo ingannano.

Il viaggiatore diventa in seguito un vagabondo che può trovare sollievo dal suo male di vivere solo in un oblio reminiscente della Divina Indifferenza montaliana, mentre anche il silenzio può diventare assordante per la sua freddezza. Reminiscenze quasimodiane sono presenti in “Capriccio”, dove della vita si vede il breve crepuscolo, “ed è subito sera”, mentre nel “Notturno” del sogno il poeta si vede percorrere i vialetti del cimitero, con i suoi cari che lo aspettano amorosi e la fredda promessa del suo nome sulla lapide bianca.

La struttura circolare di questa silloge si chiude con una poesia che torna alla cruda denuncia di quelle “Dissonanze” esistenziali a cui l’autore si ribella ancora una volta. Traspare l’amarezza per il conformismo, come quello del filosofo Cesare Cremonini, contemporaneo di Galileo, a cui questa composizione è dedicata, quel Cremonini fisso sul suo cieco aristotelismo. Si tratta di un nuovo invito all’impegno, a negare l’ipse dixit, a guardare il cielo nel cannocchiale, a pensare con la propria testa.

In queste ultime righe siamo posti di fronte alle nostre responsabilità, e ritroviamo Luciano De Angelis: l’uomo che conosciamo, coerente, combattivo, attivo e, soprattutto, sempre sincero con se stesso e con gli altri.

Cinzia Donatelli Noble
Vive da 35 anni negli Stati Uniti dove insegna letteratura italiana contemporanea nella Brigham Young University di Provo, Utah.

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