Break Point

Tempi bui quelli che viviamo, e non si intravedono lumi in fondo al tunnel.

Abbiamo oltrepassato l’orlo del baratro e passeggiamo nel vuoto, come Willy il Coyote, osservando attoniti lo scorrere dei fotogrammi della miniretata milanese di illustri personaggi della politica, l’ultimo segnale dell’auto-dissoluzione della nostra seconda Repubblica.

Per fortuna che c’è lo sport.

Quale?

Quello di Genny ’a Carogna e delle curve del calcio becero e criminale o quello dei campi minori sui quali i giocatori cadono come birilli folgorati, per interrompere una partita su imposizione degli ultras?

E che dire dello stadio Olimpico che fischia compatto l’inno nazionale?

Ma questo è solo il calcio. Esistono altri sport, sani e puliti.

Qualche giorno fa il presidente della squadra italiana di pallacanestro più forte degli ultimi anni è finito agli arresti con accuse gravissime. Avrebbe alterato i bilanci e pagato in nero, su conti esteri, parte dei compensi dei suoi giocatori. Si sarebbe pure tenuto per sé una parte di questo flusso sotterraneo di soldi: la bazzecola di due milioni di euro.

ITALIANI BRAVA GENTE: da noi non c’è razzismo.

Come possiamo constatare tutte le domeniche sugli spalti dei nostri campi di calcio e anche sulle tribune di altri sport. Perfino nei piani alti delle nostre istituzioni sportive. Carlo Tavecchio, il più accreditato candidato alla poltrona di presidente della Federcalcio, è scivolato su … una buccia di banana: ha dichiarato appunto che Optì Pobà, un giocatore di colore, mangiava banane prima di venire in Italia. All’estero non va molto meglio: in Usa il presidente dei Los Angeles Clippers, la formazione più famosa del basket americano, ha affermato di non volere “negri” alle partite della sua squadra. Lì però lo hanno radiato e per di più condannato a pagare una multa di 2,5 milioni di dollari.

Il Paese reale intanto sta a guardare, anestetizzato, mitridatizzato.

Non ci sono allora più speranze? È questo solo il tempo dell’indifferenza, della corruzione e della barbarie?

Dipende.

E noi del Circolo Tennis Pescara, nel nostro piccolo, dobbiamo contribuire alla ricostruzione di una coscienza sociale.
Ripartendo dalle politiche giovanili. Dalla Scuola appunto e dai Maestri che sono bravi ma devono insegnare non solo la tecnica ma anche l’etica dei comportamenti.
Perché il vero sport e cultura, conoscenza, tolleranza.
E poi allegria, gioco, sana competizione apprezzamento delle diversità, riscatto sociale.
Fattore di crescita soprattutto: fisica e morale. Scuola di vita.

Luciano De Angelis

(maggio 2014)

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