2050 – seconda puntata –
Continuo nella mia narrazione (seconda puntata).
2050
DUE
– Stia attento!
Mi blocco di soprassalto davanti al guinzaglio teso di una specie di grosso batuffolo bianco intento a fare pipì contro un albero. La proprietaria, in segno di disapprovazione, scuote – Tic Tac, Tic Tac – la grande testa cotonata che sembra fare da contrappeso al voluminoso fondoschiena.
Tic Tac Tic Tac? Questo ritmo mi è entrato nel cervello e sta diventando un’ossessione.
– Mi scusi, ero sovrappensiero.
Attraverso la strada e vado incontro ai tavolini del Gran caffè del Corso, incastonato, sotto un’aerea pensilina, nella rientranza di un palazzo fatiscente la cui facciata è ornata da toppe di intonaco che si alternano ai resti di una decorazione con tasselli ceramici, un tempo policromi.
Tre soli tavoli sono occupati. Una giovanissima coppia se ne sta abbracciata, dimentica dei due caffè arrivati da un pezzo, mentre lui le sussurra piano a un orecchio. Attorno a un altro tavolo siede un piccolo gruppo di arzilli vecchietti che ridacchiano rievocando antiche avventure. Il portacenere è colmo di cicche di sigarette fumate in continuazione. Uno di loro, barba lunga, baffi arricciati e una pipa stretta tra i denti, se ne sta appartato, immerso in cupi pensieri. All’ultimo tavolo poggiato contro il muricciolo che fa da recinto a un piccolo palmizio, sta seduto un sessantenne segaligno, dal grande naso aquilino e dalle labbra sottili.
Lo saluto accennando un sorriso.
– Salve, sono qui.
La mia voce cerca di esprimere un’allegria che in realtà maschera un’oscura preoccupazione.
– Ben arrivato, dottore, – mi risponde invitandomi a sedere con un largo gesto della mano – la stavo aspettando. Prende qualcosa?
– No, grazie. Ho appena bevuto un caffè ed è troppo presto per un aperitivo. A che devo il piacere di questo invito?
Fabre è stato, fin da ragazzo, un mio paziente. Poi sono andato in pensione, ma i suoi familiari continuano ogni tanto a ricorrere ai miei consigli. Il professor Fabre è oggi un funzionario della moderna Stasi, l’organizzazione di sicurezza e spionaggio del Gran Consiglio.
– Ho avuto l’incarico di chiederle, molto riservatamente, alcune informazioni. Data la nostra antica amicizia non ho voluto metterla in imbarazzo convocandola nel mio ufficio e qui, in pubblico, non è il caso di parlarne. Se non da me, dove e quando ci potremmo incontrare?
Un improvviso refolo di vento fa volare dal tavolo un tovagliolo di carta e io, allungando di scatto un braccio per cercare di afferrarlo, ne approfitto per mascherare il mio imbarazzo. Poi inalbero il migliore dei miei sorrisi.
– A casa mia se vuole. Anche subito, la mia abitazione è a due passi.
Annuisce e si alza in piedi.
Ci avviamo lentamente verso piazza del Nuovo mondo. Sul lato destro della via, il fioraio mi saluta dalla porta del suo negozio accennando un lieve inchino; poi torna a sistemare, dietro la vetrina, piccole piante grasse, una Bouganvillea rossa, due Calle, un alberello di gialla Lantana.
Attraversiamo la piazza, come al solito affollata da mamme con i bambini che rincorrono un pallone o si esibiscono in acrobatiche evoluzioni sugli skateboard, quelle tavole che i ragazzi di una volta spingevano come i monopattini, e che oggi sono divenute elettroniche.
Mi viene una punta di nostalgia per i miei vecchi pattini a quattro rotelle.
Entriamo sotto i portici di via Roma; i grandi locali del negozio di abbigliamento – Voi Qui – sono come al solito vuoti.
Come cazzo faranno a non chiudere? Probabilmente è vero che riciclano denaro sporco.
Una bigiotteria, poi un negozio di articoli sportivi ed ecco il numero 27. La targhetta del citofono recita:
Dottor Kappa – primo piano ambulatorio – nono piano abitazione.
Ci infiliamo nell’ascensore assieme alla signora ucraina che convive, all’ottavo piano, sotto di me, con un povero cristo italiano, vedovo, che è riuscita ad accalappiare. La tipa, con al seguito tre cagnetti dall’aspetto di bulldog miniaturizzati, è una bionda slavata con le labbra piegate in un perenne distacco aristocratico.
Guarda un po’… fino a un anno fa lavava le scale del palazzo: faceva da badante a una signora invalida. Adesso si dà le arie di una nobildonna.
La donna mi assilla da tempo con continue denunce condominiali, e anche questo incontro è per lei l’occasione di ricominciare con la solita tiritera.
– Il mio balcone è come al solito pieno delle sue foglie e l’irrigazione a pioggia delle sue piante mi sporca sempre i panni stesi ad asciugare.
La signora ha, sotto il mio terrazzo, un balconcino largo circa tre metri e profondo due. Rispondo cercando di mantenermi calmo:
– Le ho spiegato più volte, anche nel corso dell’ultima assemblea condominiale, che né le piante del mio terrazzo né quelle del giardino al decimo piano sono dotate di una irrigazione a pioggia. Le piante vengono innaffiate automaticamente, goccia a goccia di notte per venti minuti, tre volte alla settimana. Non mi ritengo pertanto responsabile dei danni al suo bucato. In quanto alle foglie che nelle giornate di vento cadono nel suo balcone, sono disposto, già lo sa, a mandarle qualcuno a pulire. Se mi avverte quando accade.
L’ascensore finalmente si ferma all’ottavo piano e mi libera dalla sua ossessiva presenza. Poi, durante l’ultimo brevissimo tragitto, mi rivolgo al mio attonito ospite:
– Mi scusi, non ce la faccio più.




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