Forse che Sì, forse che No

Sabato 26 novembre, nella trasmissione televisiva Otto e mezzo, ho assistito a un vivace scontro sulla Riforma tra una esponente del No, Sandra Bonsanti, e due esponenti del Sì, Paolo Crepet e Luca Barbareschi. Il dibattito mi è apparso subito ingiustamente squilibrato per la presenza di due sostenitori del Sì, contro una sola del No.

Crepet è uno psichiatra, ospite assiduo di varie trasmissioni televisive. Un noto presenzialista, un simpatico tuttologo per certi versi assimilabile all’aceto balsamico che sta bene in tutte le pietanze, da quelle scientifiche a quelle politiche passando per quelle di attualità.

Luca Barbareschi, noto attore, regista e operatore culturale, ha avuto un sofferto (lo dice lui stesso) percorso politico pendolare: sinistra – destra – ?. Inizialmente socialista, è stato eletto deputato nel partito di Berlusconi per passare poi in quello di Gianfranco Fini, dal quale è uscito un anno dopo per entrare nel gruppo misto.

Sandra Bonsanti è una giornalista e politica, già membro della Camera dei deputati in rappresentanza della coalizione dei Progressisti.

Nonostante io sia un convinto sostenitore delle ragioni del Sì, mi sono accinto a prestare una moderata solidarietà alla signora, sia per la sua condizione di inferiorità numerica nel confronto sia perché sono sempre stato un suo estimatore fin dall’epoca in cui era una delle firme più prestigiose de “La Repubblica”. Sandra Bonsanti, lasciandomi basito, ha invece iniziato a inanellare una serie di topiche storiografiche, di tentativi diversivi dall’argomento del dibattito, di ovvietà e di paradossi, l’assieme dei quali più che indignazione suscitava tenerezza. Ha iniziato dichiarando che voterà No perché in Campania De Luca sta promuovendo il voto di scambio (cosa gravissima ma da sempre espressione della corruzione in politica, e che in ogni caso con la Riforma c’entra come i cavoli a merenda). In seguito ha replicato a Crepet che la criticava: “Non verrò mai a farmi visitare da lei” (sic!). In merito alla Riforma ha affermato: “Dobbiamo rispettare la Costituzione perché, firmata nel ’48 da De Nicola, Terracini e De Gasperi, ci ha permesso di rinascere e crescere”. Una grande ovvietà che nessuno potrebbe contestarle perché tutti in Italia sono convinti che la nostra Costituzione, per quanto concerne la parte fondamentale, sia tra le più belle del mondo. Ha poi citato, come fautori del bicameralismo paritario, cattolici come Dossetti e socialisti come Pertini. Sono rimasto sbalordito: evidentemente quel giorno la signora Bonsanti non aveva avuto tempo di leggere la consueta rassegna stampa e quindi l’articolo di Massimo L. Salvadori, comparso su La Repubblica di quello stesso mattino. Salvadori ci ricorda con lucidità che il bicameralismo paritario, inizialmente respinto da Pci, Psi e Dc, fu infine individuato come strumento del comune interesse a trovare “in un sistema a basso tasso di governabilità del Paese una reciproca assicurazione dato il vivo timore che i campi opposti nutrivano l’uno nei confronti dell’altro”. Togliatti, in sintonia con Nenni, affermava infatti riferendosi al bicameralismo: ”Tutte queste norme sono state ispirate dal timore”. E Dossetti, dal canto suo, ammetteva “una voluta intenzionalità nel delineare certe strutture non perché funzionassero ma perché fossero deboli”. Il grande giurista Mortati definì, nel 1973, il Senato “un inutile doppione”. E Terracini, in sintonia con Iotti, Berlinguer e Ingrao, affermò  nel 1978 che “per rendere più rapido e snello il lavoro del Parlamento” occorreva abolire il Senato. Sono certo che la signora fosse in buona fede ma la cosa mi sconcerta ancora di più: una giornalista del suo livello avrebbe dovuto conoscere queste notazioni storiche e in ogni caso avrebbe potuto approfondire l’argomento, prima di pronunciare in televisione evidenti inesattezze. In contrasto soprattutto con la storia della elaborazione della nostra Costruzione, frutto di un accordo al ribasso raggiunto solo dopo accesi contrasti tra i maggiori partiti dell’epoca. C’è riuscito – nel suo piccolo e nel tentativo di documentarsi – perfino uno sprovveduto come me che deve ricorrere di volta in volta ai libri, a internet e in questo caso alla prosa di Massimo L. Salvadori, che ringrazio.

Alla fine del dibattito televisivo, mentre Crepet e Barbareschi si esibivano nelle ormai venute a noia argomentazioni di noi sostenitori del Sì, la signora Bonsanti ha concluso con una frase per me sconcertante: “Voterò No perché non voglio che mi tolgano la possibilità di votare”.

Da far cadere le braccia!

2 Responses to Forse che Sì, forse che No

  1. Maurizio Acerbo scrive:

    Giuste precisazioni Luciano. Dovresti ricordare però che i nostri volevano il monocameralismo con la proporzionale.
    E che il bicameralismo non viene abolito ma semplicemente perdiamo la possibilità di eleggere i senatori (Togliatti quando accettò bicameralismo impose che entrambe le Camere fossero elette dal popolo).
    Non mi replicare con le trovate burla di Renzi sui cittadini che eleggeranno senatori quando eleggono consiglieri perchè trattasi di una bufala: è proprio la nuova “Costituzione” a impedirlo.
    Io non sono un fan della Bonsanti e nemmeno di Repubblica che in un quarantennio ha contribuito alla mutazione genetica della cultura della sinistra italiana in senso a mio parere complessivamente purtroppo negativo.
    La conversione al maggioritario – per esempio – è stata a mio parere già una rottura con lo spirito dei costituenti.
    Il fondatore di Repubblica dopotutto votò per la monarchia nel referendum del 1946.
    Meglio non dargli retta neanche adesso.

    • deangelis scrive:

      Finalmente domani finirà questa assurda rissa che ci ha visto chiusi nei nostri ego, sempre più aggressivi nel confutare le idee contrarie alle nostre, incapaci di ascoltare e dialogare, sempre più settari e privi di memorie condivise.
      Caro Maurizio, ti stimo molto e sono stato anche un tuo elettore ma non mi sono mai identificato in un “chierico rosso o nero” (Montale); ho sempre rifuggito tutte le “chiese”, tutti i dogmatismi. Non sono d’accordo con il tuo giudizio negativo su La Repubblica. In quanto a Scalfari – fascista a 18 anni ed espulso nel 1943 dal partito fascista per i suoi articoli (scriveva su giornaletti del Partito) sempre meno in linea con i rigidi dettami del Regime – non cercò mai di cancellare le tracce del suo passato. Non convisse con la doppiezza di una rimozione nascosta, comune alla maggior parte degli ex fascisti, per fabbricarsi una verginità democratica. A differenza ad esempio di Dario Fo – futuro fondatore di “Soccorso rosso” nonché fustigatore di costumi, anche lui a 18 anni fascista e brigatista nero – che ha sempre cercato di nascondere il suo passato, mistificando le vicende nelle quali fu coinvolto fino a essere ignominiosamente smentito da una sentenza di tribunale che lo definì “repubblichino e….rastrellatore”. Non sono il difensore d’ufficio di Eugenio Scalfari ma, anche se ero un ragazzino quando il fondatore de La Repubblica era un giovanotto, oggi ricordo bene come all’epoca fossimo tutti indottrinati fin dalla nascita e come fosse impossibile costruirsi una coscienza politica. Scalfari ignorava l’esistenza di Gramsci, dei fratelli Rosselli e di tutti i martiri dell’antifascismo. Si era però formato sugli scritti di Benedetto Croce e votò, come il Maestro e come Einaudi, per la monarchia. I percorsi personali sono spesso sentieri tortuosi che – se attraversati alla luce del sole – mi sforzo di comprendere e non di giudicare.
      Personalmente, già caposquadra balilla moschettiere, nel 1943 (avevo 11 anni) creai una banda, di due soli ragazzini, ”i fratelli della morte”, per intraprendere, contro quella che ritenevamo l’ignavia degli adulti, una nostra ingenua e insensata guerra ai nazi-fascisti.
      Compivamo piccoli atti di sabotaggio e rubai perfino una pistola a un milite delle SS. Non ho però mai chiesto di entrare nell’Anpi, e mi domando quanti veri partigiani ci siano ancora tra gli iscritti. E inoltre come i vertici dell’associazione possano oggi, in nome dei vivi e dei morti, farne uno strumento di parte.
      Ho scritto un libro sulle avventure dei “Fratelli della morte”. Se hai tempo da perdere, caro Maurizio, te ne regalerò una copia.

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