NEL LABIRINTO
Nei labirinti della memoria, tra immagini oniricosensoriali, l’autore tira le somme della sua vita.
Cinzia Donatelli Noble
Birham Young University di Provo, Utah (Usa)
Dai “bravi” di manzoniana memoria al mago Albus Silente delle avventure fantasy della saga di Harry Potter. Dal terrificante pagliaccio Pennywise, partorito dalla penna horror di Stephen King, alle atmosfere grishamiane de “il cliente”. Dagli arabi de “Lo straniero” di Camus al signor K. dei romanzi di Kafka. Sul canovaccio delle più disperate reminiscenze letterarie, questo romanzo è il diario di un viaggio introspettivo nel mondo dell’inconscio. Un percorso onirico con continui, avvincenti passaggi dalla dimensione reale a quella fantastica, durante il quale l’autore incontra personaggi e situazioni sedimentati nella sua memoria in anni di letture e riemersi per accompagnarlo, di labirinto in labirinto, fino ai confini dell’esistenza.
Paola De Angelis
Giornalista
La lettura di Nel labirinto, di Luciano De Angelis, è stata un’esperienza molto piacevole, in più di un senso.
Per prima cosa, per me è stato come saltare su una macchina del tempo e tornare per qualche ora a trenta-quarant’anni fa, quando in questo Paese c’era ancora un clima culturale degno, sia pure con gli inevitabili velleitarismi, di questo nome (invece dell’italico nulla del terzo millennio) e un adolescente come me poteva affacciarsi alla cultura “alta” (o alla cultura e basta) attraverso l’apprezzamento di una serie di avanguardie storiche e di scrittori eterodossi: Kakfa, Carroll, Alain Robbe Grillet e la sua “scuola dello sguardo” (con l’inclusione, sul versante cinematografico, del primo Alain Resnais e dei freddissimi thriller “pornosofici-epistemologici” dello stesso Grillet), William Burroughs con i suoi pasti nudi e le sue macchine morbide, senza scordare la fondamentale destrutturazione di Joyce della “forma-romanzo”, l’uso intenso che i surrealisti facevano della psicoanalisi (fino a violentarla allegramente nei suoi assunti para-scientifici dando un poderoso calcio nel didietro alla sicumera da herr doktor di Freud in nome di un orizzonte libertario dove l’inconscio si rifiutava di farsi categorizzare e “terapizzare” – vedi André Breton), la metafisica di De Chirico e l’affacciarsi dell’idea postmoderna di crossover inclusivo, dalle forme di espressione popolare (narrativa di genere, fumetto) a quelle accademicamente più “rispettabili”, in un continuum visionario fortemente produttivo di senso.
Di tutta questa temperie ho ritrovato nel racconto di De Angelis una riproposta elegante e sofisticata nella sua ars combinatoria, certo fatalmente un po’ demodé (considerato il pauroso imbarbarimento del gusto di massa – e delle scelte editoriali – degli ultimi trent’anni) ma comunque molto lucida e consapevole, in una specie di gioco intellettuale che parte come thriller oniroide e approda, attraverso una serie di gironi (se così posso dire), ad una sorta di allegoria esistenziale sull’incomprensibilità del mondo e della realtà che mi ha ricordato – ed è un complimento – molte sequenze del cinema “quantistico” (universi paralleli, moltiplicazione della soggettività, perdita di un io che con ogni probabilità è vuoto di sé) di David Lynch, soprattutto Lost Highway e Inland Empire.
Quel che è triste osservare è come questo “oggetto letterario non identificato” – altro complimento – suoni oggi come oggi, dal punto di vista editoriale, come una specie di grumo alieno impossibile da collocare e definire in una griglia rigida (l’unica che il marketing sia disposto a riconoscere), in un contesto dove i Premi Strega vanno ai romanzi rosa, l’uso del punto e virgola è guardato con sommo sospetto, e qualunque proposta “non in linea” viene scartata a priori. Ma tutto questo ha a che fare con un’editoria che ha ormai rinunciato a fare il proprio mestiere, un assetto monopolistico (in primis del gusto) dove l’unica parola d’ordine è: fatturato! fatturato! Con l’esito esiziale che, a furia di trattare da idioti i pochi lettori di questo disgraziato Paese, costoro rischiano di diventarlo davvero… Ma questa, come suol dirsi, è un’altra (tristissima) storia, che nulla toglie alla qualità e all’originalità intrinseche del lavoro di De Angelis, al quale faccio i miei più sinceri complimenti.
Luigi Sanvito
editor di Hobby e Work
Questo libro mi è piaciuto molto. Quando l’ho iniziato ho avuto voglia di continuare a leggerlo nonostante le narrazioni surreali di solito non mi attraggano. Credo che il piacere di leggerlo scaturisca innanzitutto dallo stile curato e chiaro che ne rende facile la comprensione.
Le frasi brevi, i dialoghi dell’autore con se stesso e con i vari personaggi (oltre chiaramente alla particolarità delle vicende immaginate) costruiscono e mantengono per tutta la narrazione la suspense necessaria a rappresentare la sottile angoscia che anima i pensieri dell’io narrante e che esploderà nel tragico finale. Le citazioni di porzioni di opere letterarie e i richiami a quadri e sculture, esprimono l’idea di cultura come comunicazione tra generi diversi, suggerendo le infinite possibilità di rimandi e rielaborazioni a chi decida di avventurarsi nel mondo della lettura e dell’arte.
Altro elemento che a mio parere determina la riuscita di questo testo, è la sincerità dell’autore, che traspare dalla lucidità delle riflessioni, ma soprattutto dalla messa in gioco di sentimenti e fatti personali. Elemento, questo, che determina un altro aspetto positivo per chi legge: quello di ritrovare stati d’animo, dubbi, ansie che prima o poi colgono tutti coloro che non si accontentano di far passare i giorni uno dopo l’altro, ma ricercano un senso (o più sensi) dell’esistenza. Anche a questo può servire un libro, a farci capire che non siamo soli, come spesso ci sembra.
Trovo che la sovrapposizione tra reale e surreale, tra veglia e sogno, sia resa in modo avvincente e talora ironico, e che la “finzione scenica” sia sempre coerente. Unico passaggio meno chiaro, forse, è il finale, ma vi si può anche leggere l’intento dell’autore di lasciare la scelta interpretativa al lettore, in linea con un testo che parla appunto dell’interpretazione della realtà, nella sua possibile dimensione onirica.
Rosella Tessitore
docente di letteratura italiana





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