Una notte lunga un anno  

20170425_120545

Non dimenticherò mai il 1943 e quella cupa atmosfera di tragedia incombente.

L’avvertivo confusamente nei discorsi bisbigliati tra i grandi.

La leggevo nel buio dei loro occhi.

Era quello il tempo dei tempi, io avevo 11 anni e vivevo frastornato la fine in Italia del mito imperiale.

L’8 settembre colse tutti impreparati, ma con l’armistizio tornò un po’ di serenità sul volto della gente e i cuori si aprirono alla speranza di una nuova vita.

L’illusione durò l’arco di pochi giorni, poi il 14 settembre ripiombammo nell’incubo.

Quella di 74 anni fa era una bella e calda giornata piena di sole. Alla stazione centrale – sui binari c’ero anch’io a curiosare assieme a mio padre –  stava fermo, abbandonato, un convoglio militare di rifornimenti che dopo l’armistizio e il disfacimento dell’esercito italiano non aveva più né custodi né destinazione. Il treno era lunghissimo e i vagoni merci esibivano dalle grandi porte spalancate le cose più incredibili per noi abituati alle restrizioni e al razionamento. Montagne di sale, sacchi e sacchi di farina, pacchi di zucchero, botti di vino, contenitori di olio,  liquori, casse di sigarette. Una folla enorme, un’umanità esaltata e disperata tumultuava svuotando i vagoni. Assieme a mio padre assistevo attonito al saccheggio. In un improvviso flashback rivedo ancora adesso l’immagine di un uomo alle prese con un sacco di farina più grande di lui, che ne svuotava a terra la metà prima di caricarselo sulle spalle.

Uscimmo frastornati dalla stazione: Pescara sembrava diventata il paese di Bengodi. Le strade erano disseminate dei resti abbandonati dall’orda dei predatori. Raccolsi una scatola di sacchetti di camomilla, papà una scatola piena di mazzi di carte da gioco Modiano.

– Così riportiamo qualcosa a casa anche noi – conclusi.

Giunti nella nostra abitazione in Corso Vittorio Emanuele, mi precipitai a guardare affascinato da una finestra la linea ferroviaria, lontana trecento metri di campi incolti e ancora brulicante di saccheggiatori. In quell’epoca non c’erano costruzioni tra il Corso e la ferrovia.

Ed ecco che, alle 13,15, mi apparvero all’improvviso sulla ciminiera del “Colorificio Blu d’oltremare” (una fabbrica emblematica della Pescara di allora), prima uno, poi due, tre aeroplani.

Volavano bassi ed erano tali e quali alle “Fortezze volanti” americane, i “Liberator”, che disegnavo a colori ispirandomi alle illustrazioni di guerra di Beltrame e Pisani sulla Domenica del Corriere e sulla Tribuna Illustrata. E come quelli dei miei disegni erano gli scoppi delle bombe, rossi in basso, neri al centro con una bella nuvola grigia sopra.

Il suono, come uno schianto, giunse per me stranamente  più tardi. Ancora ricordo il tempo, che mi sembrò lunghissimo, tra la visione e il frastuono. Poi come in un sogno, tra il rumore dei vetri infranti e la casa che vibrava, si alzò altissimo l’urlo isterico di mia madre.

Papà, senza una parola, ci trascinò a rotta di collo giù per le scale, fuori.

Così iniziò per me il bombardamento della mia città.

Il giardino pullulava di vicini, e già dalla stazione bombardata accorrevano, in cerca di scampo, gli ultimi saccheggiatori. Ligio agli insegnamenti appresi nel corso di Balilla moschettiere, mi ero sdraiato a terra prono con le braccia e le gambe aperte e la bocca spalancata. Sentivo sotto il mio petto la terra sussultare a ogni scoppio e tra le grida della gente quello acuto di mia madre, a stento trattenuta al suolo da mio padre.

–   Non gridare mamma – si lamentò all’improvviso mio fratello Vittoriano di  sei anni – sennò ci sentono e ci sparano -.

In ginocchio, immobile come una statua, la signora Schönlieb, la nostra vicina altoatesina, pregava invocando la figlia morta nel bombardamento del 31 agosto: – Silvia, Silvia proteggi tu questi bambini, salvali! –

La morte era arrivata inattesa e senza preavviso: le sirene quel giorno non suonarono e così, senza alcun preallarme, iniziò il secondo bombardamento di Pescara, il più terribile. Fu una strage: in quella tragica giornata di settembre oltre duemila pescaresi persero la vita.

Nelle ore successive iniziò l’esodo collettivo della popolazione, lo sfollamento, la fuga dalla guerra e dal terrore, una fuga che, per una drammatica combinazione, in Abruzzo coincise con altre solo storicamente più importanti. Fughe sulle quali ancora oggi si pongono una serie di interrogativi inquietanti e irrisolti  Quattro giorni prima, il 10 settembre, il Re passando per Pescara era fuggito ignominiosamente da Ortona, imbarcandosi sulla corvetta Baionetta; due giorni prima, il 12, Benito Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, era stato liberato da un’unità di paracadutisti tedeschi, comandata dal maggiore Harald Mors e non, come imposto dalla propaganda nazista, dal capitano delle SS Otto Skorzeny.

Solo un anno dopo i pescaresi cominciarono a rientrare, poco alla volta e alla spicciolata, nella loro città distrutta. Ed è con una stretta al cuore che ricordo il mio ritorno a Pescara in quella estate del 1944.

Corso Vittorio Emanuele era un cumulo di macerie a cui facevano ala le spettrali rovine dei palazzi. Rammento ancora il sentierino che si snodava tra i detriti del Corso in un continuo saliscendi interrotto da voragini scavate dalle bombe, e ripiene di acqua salmastra.

La nostra casa era stata risparmiata e sorgeva isolata tra le rovine. Anche quella di fronte, al di là della strada, era in piedi con l’insegna intatta della cartoleria “Littoria”.

Eravamo gli unici abitanti dello stabile assieme a Irma, Fifina e Teresa, le signorine Perelli, che avevamo accolto in casa nostra perché la loro, nella vicina via Ancona, era crollata.

C’era tra la gente, in quei giorni drammatici, un grande  sentimento di solidarietà: la miseria era tanta, ma tutti si spartivano quel poco che avevano. Così come eravamo stati accolti con amore in montagna, così ora a Pescara dividevamo il tetto con quelli più sfortunati e scambiavamo cibi, stoviglie e indumenti con gli abitanti del palazzo di fronte.

La città era totalmente invasa da truppe e mezzi Alleati dell’ottava Armata. Inglesi in prevalenza, ma c’erano anche canadesi, neozelandesi e soldati indiani tra cui spiccavano i Sikh con i loro caratteristici turbanti e le grandi barbe sui visi olivastri.

Noi sentivamo la presenza autoritaria delle truppe di occupazione come una umiliazione. Non c’era più la paura, ma per il resto le cose non erano molto cambiate. Prima eravamo sottomessi dall’esercito tedesco, ora da quello inglese. Tra la gente si favoleggiava di furibonde risse notturne tra i soldati inglesi e i paracadutisti italiani della “Nembo”, che reagivano alle continue offese dei nuovi alleati che li ingiuriavano come fascisti e macaroni traditori.

Con il fronte sempre più lontano Pescara era ormai nelle retrovie. La nostra condizione era sempre precaria, ma si iniziarono a intravedere i segni di una nuova vita. Le macerie vennero poco alla volta rimosse e lentamente tornarono la normalità e le istituzioni: gli uffici comunali dalla vicina Spoltore, dove erano stati trasferiti, e quelli prefettizi dalla più lontana Pianella.

Noi sentivamo la presenza autoritaria delle truppe di occupazione come una umiliazione. Non c’era più la paura, ma per il resto le cose non erano molto cambiate. Prima eravamo sottomessi dai Tedeschi, ora dagli Inglesi. Tra la gente si favoleggiava di furibonde risse notturne tra i soldati inglesi e i paracadutisti italiani della “Nembo” che reagivano alle continue offese dei nuovi alleati che li ingiuriavano come fascisti emacaroni traditori. Con il fronte sempre più lontano Pescara era ormai nelle retrovie. La nostra condizione era sempre precaria, ma si iniziarono a intravedere i segni di una nuova vita. Le macerie vennero poco alla volta rimosse e lentamente tornarono la normalità e le Istituzioni: gli uffici comunali dalla vicina Spoltore, dove erano stati trasferiti, e quelli prefettizi dalla più lontana Pianella.

Tornarono soprattutto i carabinieri ed era rassicurante vederli in giro per la città.

Poi, poco alla volta tornarono anche gli altri inquilini del nostro stabile. E una sera incontrai per le scale Enzo.

Enzo Calamosca era l’amico mio più caro, e indicibile fu la gioia che provai nel riabbracciarlo dopo un anno di lontananza. Erano tornati anche Antonio, Gilberto e Giustino; ricominciava così la vita spensierata di sempre con i giochi nel giardino dietro casa.

Pasquale invece tornò un anno dopo, il 21 giugno del 1945, quando anche l’Italia del Nord era stata liberata.

Pasquale Perfetto era un bambino di nove anni; non ci conoscevamo e la sua drammatica vicenda mi è stata narrata tanti e tanti anni dopo, quando lui è divenuto il mio idraulico e io il suo medico. La sua è una storia emblematica della durezza dei tempi, ma anche della grande capacità di amore e di solidarietà della gente italiana in un’epoca in cui, per l’assenza dello Stato, le grandi decisioni erano affidate solo alla generosità e al coraggio dei singoli.

La famiglia di Pasquale viveva a Pescara Porta Nuova, in via dei Peligni. Il padre faceva di mestiere lo stagnino, e verso la fine del dicembre 1943, per sfuggire ai continui bombardamenti e ai rastrellamenti tedeschi, si rifugiò con i suoi cari un chilometro circa fuori della città, nella Pineta Dannunziana, all’interno della quale, a quei tempi, c’era solo un piccolo villaggio. Fatalità volle che una sera tardi la Pineta venisse circondata dai militari tedeschi che rastrellarono la zona alla ricerca di partigiani nascosti nelle case. Un gran numero di civili venne caricato a viva forza sui camion e avviato verso l’ignoto. Tra loro anche il piccolo Pasquale sorpreso nel sonno, solo, perché i genitori si erano recati a sgomberare la vecchia casa di via dei Peligni.

La sua odissea e quella degli altri deportati durò quaranta giorni. Furono ammassati per qualche tempo in alcuni locali delle Cartiere di Chieti, poi trasferiti in camion all’Aquila, dove rimasero altri giorni prigionieri nelle Casermette. Il piccolo Pasquale, catturato mentre dormiva, non aveva né scarpe né vestiti e si riparava dal freddo con qualche indumento procuratogli dai compagni di sventura, i piedi avvolti da stracci. Alla fine furono rinchiusi nei carri bestiame di un treno diretto in Germania.

Il viaggio fu lungo e pieno di tappe, con un itinerario tortuoso tra le montagne. A ogni scalo il numero dei deportati aumentava. Tra Bologna e Modena sotto una tormenta di neve il treno, che trasportava ormai oltre duecento disperati, fu bloccato da cumuli di pietre poste in precedenza sui binari dai partigiani, balzati poi  all’improvviso come fantasmi dal buio della notte, a tratti illuminata dai lampi degli spari.

Nel corso del breve scontro a fuoco molti tra i deportati riuscirono a saltare giù dai vagoni e a fuggire nascosti dal turbinio della neve; tra questi il piccolo Pasquale che, soccorso dai partigiani, venne affidato a una famiglia contadina di San Giovanni in Persiceto. Fu accolto come un figlio e ancora oggi ricorda con commozione la donna che avrebbe poi chiamato mamma per tutta la vita, e le  sue  raccomandazioni  di  non parlare mai  di fronte a estranei per via dell’accento così diverso dall’emiliano. Era quella infatti una stagione terribile in cui i fanatici e i delatori erano sempre all’opera e da ogni parte si consumavano le più atroci vendette. La sua vita sarebbe rimasta segnata per sempre dal terrore dei rastrellamenti nazisti, a Pescara e a San Giovanni in Persiceto, e dall’orrore delle impiccagioni pubbliche di partigiani. Aveva, così piccolo, conosciuto gli abissi di abiezione e di crudeltà in cui gli uomini possono sprofondare, ma anche gli esempi più belli di altruismo e di amore disinteressato. E poi il coraggio dei tanti che nascondevano, a rischio della propria vita, militari fuggiaschi, ebrei e antifascisti nelle loro case.

Quando, diciotto mesi dopo la sua deportazione, venne ricondotto a Pescara, i suoi genitori riabbracciarono un figlio che avevano creduto perduto per sempre.

Quell’estate del 1944 segnò per tutti il risveglio alla vita.

Finiva finalmente la notte.

Una notte lunga un anno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *