2050 romanzo
PROLOGO
– Tic Tac Tic Tac –
L’ossessivo ritmo che rimbomba di notte nelle mie orecchie, svegliandomi all’improvviso, è di certo il battito esasperato – Tic Tac Tic Tac – del mio cuore in rivolta dopo l’avvento al potere della Grande Coalizione globale.
Uno psicanalista lo definirebbe – Tic Tac Tic Tac – l’espressione di un conflitto interiore causato dallo scontro tra l’aspirazione all’indipendenza di pensiero e la decostruzione dell’Io che il Gran Consiglio sta tentando di imporre a una società stabilizzata con l’arbitrio, per omologare idee e comportamenti.
UNO
Vago senza meta e senza più speranze, al calare del sole, nelle strade semi-deserte della città; e i miei passi, uno due uno due, risuonano cupi nel ventre cavo della mia solitudine.
Uno due uno due – pausa – uno due uno due – pausa.
Mi tornano ora alla mente i versi di una mia vecchia poesia.
uno due avanti indietro
a passi incerti
non so dove
io
uno indietro due avanti
i passi
io alla fine
quelli che muovo oggi
in cerca
dove perché
i passi
sono sempre
pari
la determinazione è
dispari
I raggi del tramonto diffondono una luce rosata che dipinge le facciate delle case, filtra tra i rami degli alberi e allunga le ombre dei radi passanti.
L’Ordine regna sovrano nel Paese, e anche… la pulizia, soprattutto quella etnica. Il suprematismo bianco impone ormai le sue regole a tutta la società. Non si vede più in giro un negro: gli uomini di colore vivono segregati come schiavi in campi di lavoro protetti da filo spinato. Ma anche i bianchi, quelli che come me si attardano in giro prima del coprifuoco di mezzanotte, sono osservati con sospetto dai tutori dell’Ordine, che controllano ogni angolo della città.
La razza pura infatti non accetta diversità, né fisiche né culturali, e nemmeno comportamentali.
L’Internazionale suprematista ha conquistato l’Occidente, e perseguita tutti quelli che non accettano supinamente il nuovo credo. Considerati pericolosi sovversivi, sono controllati, spiati, repressi; prima o poi vanno quasi tutti a riempire le patrie galere. A volte il loro destino è anche peggiore: il Gran Consiglio ha infatti reintrodotto la pena di morte.
Ma se la diversità fisica non si può nascondere, dentro ogni bianco può celarsi un diverso; che cova in silenzio il seme della ribellione.
DUE
– Stia attento!
Mi blocco di soprassalto davanti al guinzaglio teso di una specie di grosso batuffolo bianco intento a fare pipì contro un albero. La proprietaria, in segno di disapprovazione, scuote – Tic Tac, Tic Tac – la grande testa cotonata che sembra fare da contrappeso al voluminoso fondoschiena.
Tic Tac Tic Tac? Questo ritmo mi è entrato nel cervello e sta diventando un’ossessione.
– Mi scusi, ero sovrappensiero.
Attraverso la strada e vado incontro ai tavolini del Gran caffè del Corso, incastonato, sotto un’aerea pensilina, nella rientranza di un palazzo fatiscente la cui facciata è ornata da toppe di intonaco che si alternano ai resti di una decorazione con tasselli ceramici, un tempo policromi.
Tre soli tavoli sono occupati. Una giovanissima coppia se ne sta abbracciata, dimentica dei due caffè arrivati da un pezzo, mentre lui le sussurra piano a un orecchio. Attorno a un altro tavolo siede un piccolo gruppo di arzilli vecchietti che ridacchiano rievocando antiche avventure. Il portacenere è colmo di cicche di sigarette fumate in continuazione. Uno di loro, barba lunga, baffi arricciati e una pipa stretta tra i denti, se ne sta appartato, immerso in cupi pensieri.
All’ultimo tavolo poggiato contro il muricciolo che fa da recinto a un piccolo palmizio, sta seduto un sessantenne segaligno, dal grande naso aquilino e dalle labbra sottili.
Lo saluto accennando un sorriso.
– Salve, sono qui.
La mia voce cerca di esprimere un’allegria che in realtà maschera un’oscura preoccupazione.
– Ben arrivato, dottore, – mi risponde invitandomi a sedere con un largo gesto della mano – la stavo aspettando. Prende qualcosa?
– No, grazie. Ho appena bevuto un caffè ed è troppo presto per un aperitivo. A che devo il piacere di questo invito?
Fabre è stato, fin da ragazzo, un mio paziente. Poi sono andato in pensione, ma i suoi familiari continuano ogni tanto a ricorrere ai miei consigli. Il professor Fabre è oggi un funzionario della moderna Stasi, l’organizzazione di sicurezza e spionaggio del Gran Consiglio.
– Ho avuto l’incarico di chiederle, molto riservatamente, alcune informazioni. Data la nostra antica amicizia non ho voluto metterla in imbarazzo convocandola nel mio ufficio e qui, in pubblico, non è il caso di parlarne. Se non da me, dove e quando ci potremmo incontrare?
Un improvviso refolo di vento fa volare dal tavolo un tovagliolo di carta e io, allungando di scatto un braccio per cercare di afferrarlo, ne approfitto per mascherare il mio imbarazzo. Poi inalbero il migliore dei miei sorrisi.
– A casa mia se vuole. Anche subito, la mia abitazione è a due passi.
Annuisce e si alza in piedi.
Ci avviamo lentamente verso piazza del Nuovo mondo. Sul lato destro della via, il fioraio mi saluta dalla porta del suo negozio accennando un lieve inchino; poi torna a sistemare, dietro la vetrina, piccole piante grasse, una Bouganvillea rossa, due Calle, un alberello di gialla Lantana.
Attraversiamo la piazza, come al solito affollata da mamme con i bambini che rincorrono un pallone o si esibiscono in acrobatiche evoluzioni sugli skateboard, quelle tavole che i ragazzi di una volta spingevano come i monopattini, e che oggi sono divenute elettroniche.
Mi viene una punta di nostalgia per i miei vecchi pattini a quattro rotelle.
Entriamo sotto i portici di via Roma; i grandi locali del negozio di abbigliamento – Voi Qui – sono come al solito vuoti.
Come cazzo faranno a non chiudere? Probabilmente è vero che riciclano denaro sporco.
Una bigiotteria, poi un negozio di articoli sportivi ed ecco il numero 27. La targhetta del citofono recita:
Dottor Kappa – primo piano ambulatorio – nono piano abitazione.
Ci infiliamo nell’ascensore assieme alla signora ucraina che convive, all’ottavo piano, sotto di me, con un povero cristo italiano, vedovo, che è riuscita ad accalappiare. La tipa, con al seguito tre cagnetti dall’aspetto di bulldog miniaturizzati, è una bionda slavata con le labbra piegate in un perenne distacco aristocratico.
Guarda un po’… fino a un anno fa lavava le scale del palazzo: faceva da badante a una signora invalida. Adesso si dà le arie di una nobildonna.
La donna mi assilla da tempo con continue denunce condominiali, e anche questo incontro è per lei l’occasione di ricominciare con la solita tiritera.
– Il mio balcone è come al solito pieno delle sue foglie e l’irrigazione a pioggia delle sue piante mi sporca sempre i panni stesi ad asciugare.
La signora ha, sotto il mio terrazzo, un balconcino largo circa tre metri e profondo due. Rispondo cercando di mantenermi calmo:
– Le ho spiegato più volte, anche nel corso dell’ultima assemblea condominiale, che né le piante del mio terrazzo né quelle del giardino al decimo piano sono dotate di una irrigazione a pioggia. Le piante vengono innaffiate automaticamente, goccia a goccia di notte per venti minuti, tre volte alla settimana. Non mi ritengo pertanto responsabile dei danni al suo bucato. In quanto alle foglie che nelle giornate di vento cadono nel suo balcone, sono disposto, già lo sa, a mandarle qualcuno a pulire. Se mi avverte quando accade.
L’ascensore finalmente si ferma all’ottavo piano e mi libera dalla sua ossessiva presenza. Poi, durante l’ultimo brevissimo tragitto, mi rivolgo al mio attonito ospite:
– Mi scusi, non ce la faccio più.
TRE
– Complimenti dottor Kappa. Una bellissima casa la sua, un perfetto esempio di stile minimalista.
In effetti la preponderanza del bianco, sui muri, nei mobili bassi e dalle linee geometriche, nel tavolo e nelle sedie di Saarinen, nella poltrona Elda di Joe Colombo, cede soltanto all’alternasi del nero della biblioteca, del basso tavolo di marmo e delle due poltrone di Ignazio Gardella.
Il tuo solito stile juventino, mi sfotte di continuo mio nipote Andrea
che ha nel cuore solo l’Inter.
Questo perfetto bicromatismo fa da cornice ai numerosi quadri che, come fasci di luce, illuminano l’ambiente con i loro colori, e ai due bronzi che risaltano su bianchi piedistalli: un cavallo con un cavaliere dalle braccia alzate e un toro con una fanciulla a cavalcioni, aggrappata alle corna.
Due opere del mondo allegorico-mitologico di Giuseppe Di Prinzio.
Ferdinando Gammelli è l’autore delle due teste di donna, ritratti vagamente espressionisti.
Fabre osserva i libri della biblioteca, cita a bassa voce i nomi di Alan Robbe Grillet, Kafka, Joyce, Bassani, Malaparte, poi si gira verso il camino, effettua una larga curva esplorativa e infine affronta in diagonale lo spazio che lo divide dal grande finestrone aperto sul mare.
Lo seguo.
– Che splendido panorama! Esclama affacciandosi tra le piante.
– Se si sporge un po’ di più – lo invito – potrà osservare, sulla costa nord, il faro di Punta Spalmatore, mentre in fondo a sud si intravede, sul Promontorio dei gabbiani, la sagoma inconfondibile della Torre saracena.
Rientriamo e Fabre si ferma ad osservare più attentamente i dipinti.
– Non m’intendo molto di arte figurativa. Mi sembrano belli, sono di valore?
Sorrido.
– La bellezza è certamente soggettiva; in quanto al valore, c’è quello di mercato e quello, diciamo, affettivo.
I miei quadri sono in un certo senso unici: non ne ho comprato nessuno, mi sono stati tutti regalati. Ognuno ha la sua storia. Guardi ad esempio quel piccolo paesaggio post-impressionistico; è di Sigurd Swane, un grande pittore danese che me lo donò quando, durante un lungo soggiorno in Italia, dovette ricorrere alle mie cure. Le piace quel pastore con un agnello in braccio? Me lo regalò una sartina che curai a lungo per una brutta pleurite. Non volle ricoverarsi perché – la poverina era indigente – doveva continuare il suo lavoro di cucito anche durante la malattia. La seguii quotidianamente a domicilio senza farmi pagare. La sartina, una volta guarita, scrisse allora a Remo Brindisi, al quale tanti e tanti prima aveva affittato una stanza per due estati, pregandolo di offrirle un sua opera per ricompensare il medico che l’aveva curata.
– Una pausa meditabonda, poi concludo –
Altri tempi professore ma… bando alle chiacchiere. Andiamo a parlare nel mio studio.
Usciamo dal soggiorno e infiliamo un lungo corridoio con a sinistra le porte di alcune stanze e, a destra, una finestra che si apre in basso su un bel giardino con una fontana zampillante al centro.
Uno, due, la terza porta è la nostra. Entriamo e ci sediamo, uno di fronte all’altro, alla mia scrivania, un grande tavolo dal piano lucido di rosso, poggiato su due cavalletti.
Fabre ricomincia a girare lo sguardo in circolo in una esplorazione visiva dei quadri, dei libri, della mia collezione di pipe, delle grandi foto di Liliana e Paola.
– Allora professore – lo riporto alla realtà – di che mi voleva parlare, quali informazioni le potrei offrire?
Fabre sembra in imbarazzo. Tira su con il naso, si schiarisce la voce e poi inizia con una specie di preambolo a proposito di indagini in corso per debellare un’associazione di stampo nichilista che sta compiendo atti terroristici per sovvertire le istituzioni e far cadere il Regime.
– Pensi dottor Kappa che solo nell’ultimo mese ci sono stati otto casi di morte violenta. Prendono di mira di solito alte personalità vicine al Governo.
Sono sbalordito.
Omicidi anarco-insurrezionali, terrorismo. Ma quando mai! Nessuna notizia nei telegiornali o sui giornali. Nessun pettegolezzo tra i soliti ben informati.
Poi rifletto. Controllano tutto, ci fanno sapere solo quello che vogliono, la libera informazione fa parte del passato remoto. E allora replico:
– Ma io che c’entro? Tutto questo mi è nuovo, nessuno me ne ha mai parlato; come potrei esserle utile?
Fabre è chiaramente in difficoltà.
Mi sono fatto la convinzione che non occupi un grado elevato nell’Organizzazione; il suo metodo investigativo lascia veramente a desiderare. Devono averlo scelto per la nostra ultra-decennale relazione quasi amicale.
– Dottor Kappa, lei un tempo faceva parte dell’élite, aveva contatti con persone che oggi potrebbero essere la mente di questo movimento rivoluzionario.
Le élite, ma di che stiamo parlando? Le hanno fatte fuori da tempo, una alla volta: troppo pericolose per la loro autonomia di pensiero. Hanno cominciato con i professori universitari, i magistrati, poi, a seguire, con i giornalisti, i liberi pensatori, gli antichi oppositori politici.
Le vecchie élite non esistono più.
– E allora? È da tempo immemorabile che non mi occupo più di politica. Ora faccio ancora, e solo a tempo perso, il medico. Per il resto, parafrasando Carducci, scrivo, scrivo e ho “poche” altre virtù.
– Sappiamo, sappiamo. L’Organizzazione l’ha fatta spiare… volevo dire… controllare. Tuttavia riteniamo che, drizzando bene le orecchie nel suo ambiente, potrebbe venire a conoscenza di dettagli apparentemente insignificanti, ma utili per la nostra indagine. L’Organizzazione saprà esserle riconoscente. – Poi dopo una pausa – Contiamo su di lei: io mi farò vivo con regolarità; eccole per ogni imprevisto il mio numero telefonico riservato.
Mi stende un biglietto da visita e, senza attendere una risposta, si alza per accomiatarsi.
Si sono fatte le sette e la notte incombe in questa stagione. Io rimango in silenzio mentre gli stringo la mano, continuando però a chiedermi perché, perché ricorrere proprio a me?
Non ho risposto né sì, né no alle sue proposte, ma ora ho l’impressione di essere stato arruolato, contro la mia volontà, nei servizi segreti dell’Organizzazione.
Mi chiedo ancora perché? Di informatori ne dovrebbero avere a iosa; il consenso infatti non lo si ottiene solo con la forza, ma ha bisogno anche di alleati: i detentori del potere economico, le cosche mafiose, le logge massoniche coperte.
I lunghi tentacoli di una grande piovra.
QUATTRO
Questa notte il sonno è stato pieno di incubi. D’un tratto nel sogno mi è apparso Fabre; si era tolta la sua consueta maschera anonima e ora mostrava un ghigno satanico. Urlava come un ossesso, poi all’improvviso me lo sono ritrovato addosso con la bava alla bocca, le braccia tese e le mani artigliate attorno al mio collo. La vista mi si era offuscata, mi mancava l’aria mentre, con le mani dietro la schiena, annaspavo disperatamente sul piano della scrivania alla ricerca di qualcosa per difendermi. Tra un singulto e l’altro ho sentito, sotto la mano destra, la forma rassicurante del mio grande tagliacarte d’argento. Tutto si è svolto in un attimo: la lunga lama piantata nel petto di Fabre, i suoi occhi sbarrati, la bocca spalancata. Il fiotto di sangue che mi si rovesciava addosso e mi risvegliava all’improvviso.
.
Mi sono alzato presto; il sogno era così realistico che ho ancora i brividi addosso. Dopo le solite abluzioni mattutine, mi sono vestito e ora mi accingo a prepararmi la colazione. Un caffè macchiato con un po’ di latte e dolcificato con un bel cucchiaino di miele; subito dopo una tazza di latte con la consueta sbobba: bastoncini di crusca, corn flakes integrali, crunchy e quattro, cinque nocciole. Una vera manna per il mio intestino pigro, e tra l’altro… a me piace pure.
Guardo l’orologio: segna le sette. Decido di uscire per una passeggiata mattutina. Mi avvio verso il borgo vecchio con le sue casupole aggrappate a una rupe a picco sul mare. In giro non mi vede nessuno mentre mi arrampico lungo la Salita dei cappuccini. Giunto in cima svolto a destra in Vicolo della Mezzaluna e percorro lo stretto cunicolo che si insinua tra vecchie case all’apparenza disabitate. Tutte le porte e le finestre sono chiuse.
Si respira un tanfo di umido e di marcio; di solitudine. All’uscita del vicolo mi ritrovo davanti a una ripida breve scalinata che porta giù ai giardini comunali. Dal basso mi giunge il profumo tipico della macchia mediterranea, un misto di lavanda, rosmarino ed elicriso. Intravedo su un pratone, al limite di un boschetto di pini ed eucalipti, il lampeggiare di quattro auto della polizia. Scendo con prudenza, uno ad uno, i gradini e mi dirigo verso un piccolo assembramento di poliziotti. Ne riconosco uno.
– Salve, che è successo?
– Buongiorno dottore, che ci fa qui a quest’ora?
– Sono uscito a sgranchirmi le gambe. Allora?
– Niente di nuovo di questi tempi. Un morto; siamo in attesa del magistrato e della Scientifica. Mi scusi, mi stanno chiamando.
Decido di tornare a casa e mi avvio per un viottolo che sbuca sopra una lunga discesa che percorro a passi lenti. Anche qui case basse ai due lati, anche qui porte e finestre chiuse, anche qui nessun segno di vita.
All’improvviso una presenza.
Mi sono perso
in questo glomo di strade
deserte
Io sono solo
e
ascolto lontana
la vita
portata dalle dalle voci confuse
della città
Sulla soglia
di una casa dalle finestre mute
muta
mi osserva la donna
ambiguo il sorriso
sotto le palpebre basse
Porta appuntata
sul petto
una rosa rossa appassita
L’apparizione – una suggestione emblematica? – mi risveglia i peggiori incubi. L’ uccisione di Fabre nel sogno di stanotte, il morto di stamattina, la missione che mi ha praticamente imposto l’Organizzazione. Ho l’impressione di vivere un’esperienza onirica, surreale. Mi scuoto e riprendo il cammino verso il vociare indistinto che mi giunge dal basso assieme al frastuono dei motori di auto, al suono di clacson.
Le voci della città.
CINQUE
Sono a casa disteso nella mia poltrona preferita. Chiudo gli occhi – pausa – poi li riapro e tiro un lungo respiro. Per combattere l’ansia, dicono i manuali, bisogna periodicamente alternare, per un minuto, una profonda inspirazione a una identica espirazione.
Il minuto è passato.
Dal suo piedistallo la testa bronzea di Liliana mi guarda perplessa e poi sembra seguire il mio sguardo che, dopo una breve curva ellittica, si fissa sulle mensole, nero-lucide di vinile, della mia libreria. I piani sono tutti da anni piegati dal peso dei libri. Resisteranno ancora o prima o poi crolleranno come un castello di carte? La testa di Medusa, una ceramica di Di Prinzio, mira, dall’alto del muretto che separa la zona pranzo dall’ingresso, l’orizzonte posto al confine tra mare e infinito.
Mi ha preso un lieve torpore che non mi impedisce però di riflettere.
Ripenso a trent’anni fa quando una Sinistra settaria e masochista, sempre alle prese con lotte fratricide, alla fine, in preda a un cupio dissolvi, si suicidò lasciando via libera alle pulsioni populiste fomentate da personaggi che arringavano al nuovo che avanza, ma in realtà ambivano solo alla conquista del potere. Allora ero ancora giovane e provai, assieme ad altri, a resistere. Manifestazioni pacifiche, cortei; fu tutto inutile. Quella che all’epoca era solo una “democratura” represse con la violenza delle sue squadracce ogni dissidenza. Poi la “democratura” si trasformò di colpo in dittatura e ogni libertà fu bandita; niente più elezioni, vietate le opposizioni. Chi non aderì al Partito della Nazione fu duramente perseguitato. Io fui fortunato: me la cavai solo con tre giorni di carcere. Arrestato per aver partecipato a una manifestazione non autorizzata. Oggi al governo c’è un misterioso Gran Consiglio, con a capo una sorta di Grande Fratello di orwelliana memoria.
Lo sbattere violento di una porta mi fa sobbalzare. Resto per un attimo in ascolto. No, no, è solo il vento del mare che entra nelle mie stanze e invade i sogni.
no
non lo sopporto più il rumore
continuo
dei miei fantasmi
Il Gran Consiglio, attraverso la Stasi, tiene tutti sotto stretto controllo. Ha prima disseminato il Paese di telecamere, e poi, in nome della sicurezza, ha disposto che ogni casa sia video-sorvegliata nonché dotata di microspie per l’ascolto ambientale. Io non lo sopporto e allora ho svuotato, poco alla volta, lo stanzino del ripostiglio, uno stambugio senza finestre, l’unica parte della casa non sorvegliata dall’esterno. Ci ho sistemato un piano pieghevole, due sedie, un computer e qualche libro. Sul mezzo metro di parete rimasto libero, una grande foto di Liliana e Paola mi tiene compagnia. In questa specie di covo mi ritiro a parlare con qualche vecchio amico quando, molto di rado, mi viene a trovare. Qui scrivo riflessioni che non posso esternare nel mio studio e che un tempo affidavo al mio blog. Oggi, aboliti tutti i social-network, Internet sopravvive, sotto il controllo assoluto dell’Organizzazione, solo come mezzo di informazione e propaganda del governo.
Il suono improvviso del cellulare mi risveglia dal torpore.
– Pronto!
Una voce dura, un po’ rauca mi chiede:
– Parlo con il dottor Kappa?
– Certo. E lei chi è?
– Questa è la sezione investigativa dell’organizzazione di sicurezza governativa. La informo che è convocato immediatamente nei nostri uffici.
– Ma… veramente.. ho già avuto ieri un colloquio con il professor Fabre.
– Ne siamo a conoscenza. L’aspettiamo, ripeto, immediatamente. I nostri uffici sono al primo piano del numero 27 di via degli Eroi. Di fianco al portone c’è la targa in ottone del Circolo degli Amici. Suoni al citofono in corrispondenza dello stesso nome e… salga.
– Devo chiedere di Fabre?
– No. Il mio nome è Amos. Ripeto ancora una volta: venga subito!
Sono sbalordito e molto preoccupato. Prima Fabre e adesso questo Amos che porta il nome di un antico profeta di Israele. Un nome anacronistico per un fedelissimo del Partito della Nazione che dovrebbe vedere gli ebrei come fumo negli occhi.
Mi affretto a uscire.
A pianterreno, all’apertura delle porte dell’ascensore, mi scontro con la mia solita persecutrice che vi sta entrando precipitosamente, mentre alti si alzano i guaiti di uno dei suoi tre mini-bulldog che ho pestato inavvertitamente con un piede.
Maleducato! – soffia la megera.
Ma vaffanculo!
Mi scanso bruscamente, esco dal portone e mi precipito, trenta metri più in là, verso il mio garage che si trova due piani sotto terra. Salgo sulla mia vecchia Panda nera, l’ultima versione di dieci anni fa. Oggi è quasi un’auto d’epoca; dopo il mio acquisto la sua produzione è cessata. Metto in moto e mi dirigo verso la meta.
SEI
Il numero 27 di via degli Eroi, la targa in ottone del Circolo degli Amici. Suono al citofono, uno scatto: è il portone che si apre. Faccio per entrare, ma un tipo grande e grosso, dall’aspetto poco rassicurante, mi sbarra la strada.
– Chi è, dove va?
– Mi chiamo Kappa. Ho un appuntamento al primo piano con il signor Amos.
Uno sguardo arcigno, sospettoso, poi con tono imperioso:
– Mi segua!
All’interno 3 del primo piano, su una porta, ancora la targa del Circolo degli Amici. L’omaccione tira fuori una chiave, apre e mi fa entrare. Un lungo corridoio deserto.
– La quarta porta a sinistra.
Il tipaccio si ritira ed esce chiudendo l’ingresso.
Busso all’uscio indicatomi. La voce dura, un po’ rauca ascoltata al telefono:
– Avanti!
Entro. Una grande stanza disadorna e, seduto a una scrivania, un tipo calvo dall’età indefinibile con gli occhialini poggiati sulla punta del naso e il grosso addome strabordante sul piano di lavoro.
– Nome cognome, indirizzo e professione – mi fa con tono autoritario.
– Sta scherzando? Li conosce benissimo.
– Li ripeta.
Sbuffo.
– Il mio cognome è Kappa, non sono ebreo. Il nome Gedeone, affibbiatomi in onore di un bisnonno, l’ho sempre rifiutato. Ora che ci penso anche lei ha un nome biblico; abbiamo avuto entrambi – aggiungo sorridendo – dei genitori originali. In giro mi conoscono tutti solo come Kappa il medico, e… mi risparmi l’indirizzo.
Amos grugnisce un – Si sieda.
Sul muro alle spalle del mio inquisitore – unico ornamento dell’ambiente – un vecchio specchio corroso dal tempo riflette la mia immagine distorta che, piano piano, giù giù, piano, piano scompare in basso.
Mi ritrovo seduto, con circospezione, sulla sedia davanti alla scrivania. Un lungo silenzio: il tempo sembra non passare mai. Poi mi decido:
– Non c’è il professor Fabre?
Ancora una pausa. Amos mi osserva da sopra gli occhialini. Poi, con un gesto lento, se li toglie.
– Fabre è morto, ammazzato.
Col cuore in gola mi accascio sulla sedia.
– Come è possibile, come, come? Ieri sera avevamo stipulato una specie di accordo.
Amos continua ad osservarmi, questa volta con sguardo inquisitorio.
– Una coltellata dritta al cuore. L’hanno ritrovato stamattina ai giardini e, guarda caso, c’era anche lei.
Il sogno di stanotte, il morto nei giardini. No, no, non è possibile Sarei io l’assassino? Sono forse in preda a un processo dissociativo mentale, a un’alterazione profonda del mio rapporto con la realtà?
No, no, quali motivi avrei avuto per ucciderlo?
Sono sempre più confuso; balbetto:
– Non so di cosa stia parlando. Io che c’entro? Ieri sera, quando ci siamo lasciati, mi ha dato un biglietto col suo numero riservato di telefono – mi frugo nelle tasche – eccolo qua, e mi ha detto che ci saremmo tenuti in contatto.
La voce di Amos si è fatta sempre più bassa, quasi un soffio.
– Tutto questo lo sappiamo. Mi conferma che è andato via alle sette?
– Più o meno a quell’ora. Poi non l’ho più né rivisto né sentito.
Amos improvvisamente sembra rilassarsi. Si rimette gli occhialini sulla punta del naso, quindi, con un tono di voce ironico, quasi irridente, mi lancia l’accusa che, in fondo in fondo, mi aspettavo:
– Avrà capito che lei è il primo nella lista dei sospettati del delitto.
Replico:
– Sta scherzando? Mi controllate da… sempre; saprete quindi che da quasi trent’anni non mi occupo più di politica. Ora mi godo la vecchiaia: leggo, scrivo, ascolto musica e faccio ancora il medico a tempo perso.
– Già, ma un tempo lei era un aperto sostenitore della Sinistra, io la definirei – aggiunge con sarcasmo – un radical chic. È stato anche arrestato per aver organizzato una manifestazione non autorizzata. E chi ci dice che ora non sia un cospiratore “in sonno”?
Rifletto prima di replicare.
– Sta parlando di cose vecchie di oltre trent’anni fa. Come le ho già detto, ora mi riposo, anche se – continuo in tono volutamente mellifluo – mantengo qualche rapporto con alcuni vecchi amici.
Amos si passa una mano sul cranio lucido di calvizie, poi lentamente sposta di qualche centimetro il grande crocefisso che fa da fermacarte sul tavolo, e infine conclude:
– Su questo contava Fabre e noi, le ripeto, pur mantenendola sempre al primo posto nella lista dei sospettati, le rinnoviamo l’incarico affidatole da Fabre. Indaghi e ci faccia sapere: il nostro numero telefonico è lo stesso già in suo possesso. Noi la controlleremo costantemente, la contatteremo quando necessario e, se ci sarà fedele, la proteggeremo.
SETTE
Piove, piove a dirotto, piove, e io, incollato ai vetri annebbiati del mio finestrone, osservo il mare in tumulto. Al largo una barchetta sballottata dalle onde è la rappresentazione metafisica della decostruzione del mio Io. In balia dei flutti dell’esistenza vago alla ricerca del Varco che mi permetta di uscire Fuori, in cerca di luce.
Fuori, fuori, fuori da quello che certamente è un sogno.
Guardo le mie mani e non ho dubbi, sono le stesse di ieri. Mi giro: questa è certamente la mia casa, ma io, io, la realtà che mi circonda siamo ancora gli stessi di ieri?
Sul piano nero di marmo del mio tavolo basso, un velo di polvere mostra l’impronta circolare di una tazzina di caffè. Il faggio tirato a lucido del parquet è disseminato di peli scuri. Balù, il labrador di mia figlia, è stato certamente qui.
Oggi, ieri, l’altro ieri, a che ora?
Il senso del tempo per me non esiste più. Quei due quadri sono storti e io non sopporto i quadri storti. Qualcuno – uno psicologo? – ha scritto che la ricerca ossessiva di un ordine esterno rivela un profondo disordine interiore. È forse l’inizio di un mio deterioramento cognitivo?
Entro nello studio e premo l’interruttore, prima quello della lampada a goccia che pende dal soffitto, poi quello del faretto sulla mia scrivania. I fasci improvvisi di luce si incrociano con un angolo acuto che illumina il piano del tavolo, ma lascia nella penombra il resto della stanza.
Un piccolo geco si arrampica lentamente su un muro. Liliana, dalla foto sul tavolo, mi osserva preoccupata mentre invece Paoletta bambina, da un’altra foto, ride ridandomi un filo di speranza. Mi stringo la testa tra le mani. Qual è la soluzione dell’enigma, dov’è la verità? La verità non abita più qui; qui trovate solo le post-verità. Nell’inconscio il convitato di pietra è la paura; nell’inconscio non ci sono più differenze tra reale e immaginario. O forse una differenza c’è: la dimensione del fantastico mi appare più vera di quella del reale.
OTTO
Fuori piovischia, pioviggina, ieri pioveva forte, più tardi il tempo certo peggiorerà. La nuvolaglia che incombe bassa sulla città ha portato un buio precoce che la luce fioca dei lampioni appena accesi penetra a stento. Decido di uscire e mi ficco addosso un giaccone impermeabile con tanto di cappuccio. Non sopporto i cappelli e meno ancora gli ombrelli. La pioggia che adesso cade fitta, verticale, ricopre le facciate delle case di un velo grigio che le rende tutte uguali, omologate come la nostra società. Procedo imbacuccato lungo una strada deserta e, a un incrocio ad angolo retto, svolto a destra.
Un uomo è fermo sotto una pensilina, forse in attesa dell’autobus che lo riporterà a casa
Le porte di un cinema si spalancano all’improvviso e ne fuoriesce una frotta vociante di giovani, nella quale resto per un po’ intrappolato. Uno, due, tre minuti; qualcuno mi urta lasciandomi qualcosa in mano.
Di nuovo solo.
Solo ma con un pezzo di carta umido di pioggia, accartocciato tra le dita della mano destra.
Mi guardo attorno, la strada è tornata deserta, l’uomo è ancora fermo alla fermata dell’autobus.
Riprendo il cammino attraverso le infinite diagonali disegnate nel buio dalla luce dei lampioni posti ai due lati della via. La città sembra morta e io ho la sensazione di vivere in preda a uno stato allucinatorio nel quale la crisi della psiche coincide con una crisi dell’identità.
La luce del bar Noir, all’angolo curvo di un incrocio, mi invita ad entrare. Avanti! esorta la scritta sul vetro della porta. Entro e mi siedo a un tavolino. Da dietro il bancone, una bella ragazza in grembiule rosso si sporge in avanti e mi chiede:
– Desidera ?
Grembiule rosso, Bar noir?
Il rosso e il nero, Le Rouge et le Noir, Stendhal.
Che cazzo mi passa per la mente!
– Un caffè macchiato.
Da dentro la sua cornice dorata, sul muro di fronte al mio tavolo, il grande occhio spalancato di Magritte sembra spiarmi.
Sotto il quadro hanno attaccato una targa :
“IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA.”
Ho un tuffo al cuore e ripiombo nelle mie paranoie.
Non aspetto il caffè e mi alzo.
– Dov’è il bagno?
– In fondo a destra.
Come al solito.
Accendo la luce: il bagno è un vero cesso.
Due porte sgangherate, una ancora sui cardini, l’altra, fuori dalla cerniera inferiore, si appoggia sbilenca sul muro di ingresso. Non ci sono indicazioni: maschi? femmine? Entro dalla porta di sinistra, ancora in piedi, e me la richiudo dietro. I muri sono rivestiti da mattonelle grigie, sgretolate che fanno da supporto a un reticolo di ragnatele disposte su piani diversi: verticale, orizzontale, obliquo; ragnatele a spirale, a groviglio, a imbuto. Un ragno in caduta libera, appeso a un filamento microscopico, ondeggia sulla mia testa.
Mi siedo sulla tazza, ficco una mano in tasca e scartoccio il foglietto ancora umido di pioggia.
Ci sono sette righe scritte in stampatello:
___________
Ti telefonerà Marco Noble per invitarti domani a pranzo. Non fargli domande, non chiedergli spiegazioni. Accetta con piacere in nome della vecchia amicizia. Poi, al ristorante, in pubblico, fingi di indagare su eventuali suoi legami con noi. All’uscita, all’aperto, lontani da microspie vi spiegherete.
La nuova Resistenza
_________
NOVE
Non piove più, qualche raro raggio di sole filtra a tratti tra le nuvole ancora basse, i rintocchi del campanile mi ricordano che è quasi l’ora di pranzo.
Mi affretto.
Il ristorante Bluefin è subito prima dell’angolo con via Carlo Pisacane. Un locale piccolo di appena due stanze, ma accogliente e con una cucina di solo pesce pescato. Niente spigole e orate di allevamento, nulla tantomeno di surgelato.
Marco Noble mi attende seduto al secondo tavolo a destra, dopo l’ingresso. Il locale è semivuoto; al tavolo vicino c’è una coppietta che discute animatamente.
– Ciao, onorevole – gli dico in tono scherzoso sedendomi accanto a lui.
Sorride e fa un gesto con la mano destra come se volesse scacciare una mosca immaginaria. Poi, – Ben arrivato – mi fa – ti trovo bene.
Marco è un vecchio amico, compagno di avventure fin dall’infanzia. Figlio di un diplomatico americano e di una agiata signora italiana, ha condiviso tutte le mie esperienze, dalle elementari alla laurea, senza farmi mai pesare il suo superiore stato sociale. Lui ricco e io figlio di una famiglia piccolo-borghese. Abbiamo combattuto insieme mille battaglie contro tutti quelli che volevano imporre a noi e al popolo le loro verità assolute: due liberi pensatori, due relativisti. Poi lui, professore universitario di filosofia, è stato eletto deputato e la sua attività politica prima, e l’avvento della dittatura poi, ci hanno allontanato. La nostra amicizia però è rimasta intatta; anche se raramente ci siamo rivisti. Riunioni conviviali per lo più, assieme a compagni di una vita.
Lo guardo: non è cambiato affatto. A parte i capelli, ancora folti, ma adesso completamente bianchi, conserva ancora un bel fisico e lo stesso sguardo di un tempo: acceso, a volte indagatore, rivelatore sempre di sentimenti ed emozioni.
La “decostruzione dell’Io” non lo ha scalfito per nulla.
Mi giro intorno. Non vengo da molto tempo in questo locale, ma sulla parete a fianco a noi ci sono sempre gli stessi tredici piccoli quadri. Strane maschere dipinte da allievi del locale Liceo Artistico.
All’improvviso un raggio di sole – per due, tre, quattro, cinque secondi – disegna sul piano del tavolo arabeschi multicolori: rossigialliverdiblu. Poi la nuvolaglia si richiude e torna la penombra.
Si accendono le luci nel locale e Claudio, il proprietario, un tipo simpatico con barba, baffi e un lungo grembiule blu, si materializza all’improvviso.
– Buondì, è sempre un piacere rivedervi. – Poi, porgendoci due menù, soggiunge – Che vi posso preparare? Ho uno splendido scorfano da fare arrosto. Giusto per due persone.
Marco mi rivolge uno sguardo interrogativo.
– No, no. Per me solo qualche antipasto caldo, poca roba per favore, – dico senza sfogliare il menù – e a seguire una chitarrina allo scoglio.
– Va bene anche per me. E, mi raccomando, un buon vino bianco.
– Vi propongo un’ottima Falanghina del Sannio.
– D’accordo – esclamiamo all’unisono.
La cena si svolge nel migliore dei modi, le pietanze sono gustose e Marco è in vena di battute.
In attesa del caffè cambio discorso, aggrotto la fronte e, abbassando il tono della voce, insinuo:
– Scusami se sono indiscreto. Ho sentito voci che accennano a un movimento anarco-insurrezionale che opera per rovesciare il Regime: attentati, omicidi. I mezzi di informazione, per quel che valgono in quanto ad affidabilità, sono muti. Che c’è di vero?
La coppietta vicino a noi interrompe la sua animata discussione e sembra orecchiare.
Marco si gira attorno con fare circospetto, si dedica per un po’ a spazzolare le molliche dalla tovaglia, maneggia incerto le posate a guisa di armi puntate contro di me, e infine tira le conclusioni:
– Da un bel po’ non mi interesso più di politica, troppe delusioni, intimidazioni, soprusi; non solo nei miei confronti ma anche dei miei familiari. Come certo saprai, sono stato estromesso dall’insegnamento universitario; mi hanno tolto la cattedra. Fortunatamente ho la pelle dura e mezzi economici che mi permettono di non dipendere da nessuno. Ho sentito anche io qualche chiacchiera a proposito di un movimento di resistenza al Regime. Poiché la cosa interessa anche me, mi informerò e, se verrò a conoscenza di qualcosa di concreto, ti farò sapere; sarà un’occasione per rivederci. Ora, bando alle ciance, beviamoci il caffè in santa pace e usciamo a fare due passi; il tempo sembra migliorare.
La coppietta del tavolo vicino smette di orecchiare e torna a discutere animatamente.
DIECI
Giriamo l’angolo e imbocchiamo via Carlo Pisacane, una stradina che porta al lungomare. Sugli stretti marciapiedi, i rachitici cespugli di oleandro stanno perdendo il fogliame sotto l’impeto del Libeccio. Alcune tamerici resistono invece impavide, chinando appena le chiome sotto le folate del vento.
Una vecchina attraversa la strada, curva per il peso della bisaccia appesa a una spalla. I tavolini della pizzeria Maruzzella sono affollati da avventori, impiegati per lo più, che si godono la pausa pranzo.
Proseguiamo in silenzio e ci sediamo su una panchina di fronte al mare che ora è reso piatto dal vento.
Il Libeccio crea insidiose correnti che trascinano al largo i tre intrepidi bagnanti che, incuranti del freddo, nuotano riparandosi tra le scogliere frangiflutti. Sulla spiaggia deserta un uomo osserva dal bagnasciuga le evoluzioni del suo cane che entra e esce dall’acqua, si rotola nella sabbia, rientra nell’acqua, ne riesce per scavare una buca.
Nessuno di noi due rompe il silenzio e allora tiro fuori taccuino e matita e, con pochi tratti, disegno lo schizzo di un poveraccio che, lì vicino, rovista in un bidone della spazzatura.
Finirà in galera se passa la Sicurezza!
– Basta con questa pantomima! – sbotta all’improvviso Marco uscendo da un silenzio che è divenuto incuboso – sappiamo entrambi che la nostra è una recita a soggetto. Qui non ci sente nessuno e possiamo parlarci chiaro.
Sì, da molti mesi è nato un movimento rivoluzionario, “La nuova Resistenza”, che lotta per abbattere la dittatura. Non ti nascondo che io ne sono un esponente. Abbiamo anche noi i nostri informatori e sappiamo che sei stato ingaggiato per spiarci.
Lo ascolto basito senza interloquire.
– Le spie di solito noi le eliminiamo, sì fisicamente, ma io ti conosco troppo bene, conosco le tue idee e sono certo che ti ritrovi, tuo malgrado, invischiato in un gioco più grande di te. Ti chiedo di unirti a noi, ma di continuare, facendo finta di niente, nella tua indagine: noi ti forniremo rivelazioni apparentemente importanti, tali comunque da rafforzare la loro fiducia in te, che sarai invece il nostro agente all’Avana, la nostra spia all’interno dell’Organizzazione.
Cazzo! Adesso mi ritrovo a interpretare anche il ruolo del doppiogiochista
Sono frastornato, ancora più del solito, se è possibile. Ma gli ideali di Marco sono sempre stati anche i miei ed è tempo che io esca dal lungo sonno dell’ignavia. Devo, voglio tornare all’azione.
– D’accordo, conta su di me, ma tu stai attento: sono certo che mi controllano strettamente.
Marco si alza, mi tende la mano e conclude:
– Qualcuno ti contatterà.
UNDICI
La vittoria in Occidente dei movimenti “sovranisti” ha determinato la fine dell’Unione Europea e il riemergere prepotente degli Stati Nazione. Le frontiere di terra sono state sigillate con muri e reticolati mentre nel Mediterraneo navi militari controllano tutte le imbarcazioni in transito che, se non in regola, vengono affondate. Quello che una volta era il Mare nostrum oggi è il più grande cimitero della Terra. L’Europa è divenuta da tempo solo un’espressione geografica, costituita da piccole patrie con scarsissime relazioni con l’estero. La fine dell’Euro e il ritorno alla vecchia Lira hanno permesso, attraverso continue svalutazioni della moneta, di dare un po’ di fiato alle esportazioni, ma l’inflazione è cresciuta sempre di più, i tassi d’interesse sono schizzati alle stelle e le tasse sui consumi sono divenute insostenibili da parte di un popolo ridotto allo stremo. La chicca finale è stata l’aumento progressivo del debito pubblico, oggi il più alto del mondo.
Il totalitarismo autarchico, in un Paese povero di materie prime, ha aumentato a dismisura le disuguaglianze sociali: i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
É in atto una “decrescita infelice” animata da pulsioni antiscientifiche e antimoderne che, a causa della grave crisi economica, hanno promosso il ritorno ai combustibili fossili – a basso costo, ma altamente inquinanti – con gravi ripercussioni sulla salute umana e sul futuro del Pianeta.
Prevalgono solo gli interessi delle classi dirigenti, mentre la competizione in atto per assicurarsi le materie prime necessarie alle economie dei singoli Paesi ha creato nuovi colonialismi.
Gli Stati Uniti, la Russia e la Cina sono tre nazioni totalitarie che prima si sono alleate per distruggere l’Unione Europea e ora praticano una politica imperialista per imporre il loro dominio sul mondo.
La Grande Coalizione globale.
– Il popolo, che per decenni si era lasciato abbindolare dal populismo di governo – mi ha spiegato Marco – ora comincia però a protestare rumoreggiando. Gli scioperi spontanei sono all’ordine del giorno e, se la repressione è dura, la miseria è così grande da superare la paura. Questo dunque è il momento giusto per fomentare focolai di rivolta. Non dobbiamo arrenderci, combattiamo tutti perché, come scrisse Bertolt Brecht, “Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere”.
Amos mi ha telefonato più volte e io gli ho fatto credere che la mia indagine cominciava ad avere qualche successo. Mi sono inventato la presenza in Libia di fantomatici campi di addestramento di sovversivi. Ho anche tirato in ballo Silvester, il nome di battaglia di un noto rivoluzionario sfuggito alla cattura e resosi poi irreperibile. Sarebbe lui, gli ho spiegato, l’organizzatore dei campi di addestramento.
Amos sembra aver apprezzato le mie rivelazioni e mi ha incitato a continuare, con prudenza, nel mio lavoro di infiltrato.
Marco da parte sua insiste perché mi dia da fare per scoprire qualcosa sulle attività dell’Organizzazione che al momento attuale mi sono però completamente ignote. Non si fidano di me e mi tengono volutamente all’oscuro dei loro movimenti. Non sono riuscito a conoscere, a parte Amos, nessun altro agente operativo. L’uccisione di Fabre è stata un grosso errore: la familiarità del nostro rapporto avrebbe favorito la mia indagine.
La parte della spia non mi si addice proprio e meno ancora quella del doppiogiochista.
Mi sento solo, sempre più solo, mentre vagolo nel buio più fitto, quello reale e quello della mente.
Il buio della notte della ragione.
DODICI
Salgo lentamente le scale che portano al primo piano, nel mio ambulatorio.
Ho una strana confusione nella testa che mi gira, gira; un lieve stato vertiginoso. Devo misurarmi la pressione arteriosa.
Alle mie spalle, in basso, avverto uno scricchiolio, poi un rumore di passi sincroni ai miei.
Mi fermo.
Silenzio.
Riprendo di scatto a salire e i passi ricominciano con la stessa cadenza dei miei: uno due uno due, uno due uno due.
Qualcuno mi segue.
Tiro fuori la chiave dello studio, apro in fretta la porta e mi ficco dentro. Ascolto con l’orecchio poggiato sull’uscio.
Silenzio.
L’uomo si è fermato sul pianerottolo. Poi i passi riprendono a salire verso i piani superiori.
Forse non mi seguiva.
Dentro la sala di attesa riacquisto un po’ di sicurezza.
Devo smetterla con queste mie paranoie.
Controllo la pressione; è normale.
È tutta colpa dell’ansia che mi divora.
Esco sul pianerottolo, mi infilo nell’ascensore e premo il pulsante del nono piano. Finalmente a casa.
Sono giorni che ho l’impressione di esser costantemente seguito; Amos, è evidente, mi tiene sempre sotto controllo. Devo stare molto attento per non finire nei guai.
Seduto davanti al computer, mi stiracchio, carico una pipa, l’accendo, schiaccio poi l’icona Spotify e ascolto un pezzo della mia musica preferita, il jazz. Il sassofono di Charlie Parker diffonde le note angosciate di Lover man. Non sono l’ideale per la mia distimia, ma mi rilassano lo stesso. Dopo l’esecuzione di questo brano l’artista ebbe una crisi e fu ricoverato in una casa di cura per malattie mentali.
Che allegria!
Il ronzio di una mosca si acquieta sul vetro illuminato della lampada della mia scrivania. Seguo con lo sguardo l’ombra dell’insetto riflessa sulla parete. Poi l’ombra scompare di colpo e ricomincia il ronzio.
Questa non è più vita, il mestiere del cospiratore non fa per me.
Sento un toc toc sulla porta d’ingresso: chi sarà a quest’ora, e perché non suona il campanello?
Guardo dallo spioncino: c’è un uomo che non conosco sul pianerottolo. Domando ad alta voce:
– Chi è?
– Ho una consegna per lei – mi risponde una voce dal tono incerto.
Socchiudo l’uscio con circospezione; l’uomo, uno spilungone vestito sciattamente, ha un plico in mano.
Senza presentarsi mi dice:
– Ho avuto l‘incarico di recapitarle questa.
Mi ritrovo una busta tra le mani, poi l’uomo, senza una parola, si gira e se ne va.
Entro nel mio rifugio segreto e apro la busta. C’è un foglio all’interno con tre sole parole:
Hanno arrestato Marco.
Sudo freddo mentre rigiro il foglio tra le dita.
Che devo fare? Poi d’impulso afferro il cellulare e digito il numero telefonico lasciatomi da Fabre.
– Pronto, sono Kappa. Devo parlare urgentemente con Amos, mi ha detto di cercarlo a questo numero.
– Resti in linea – mi risponde una voce anonima – vedo se è disponibile
Dopo uno, due minuti mi giunge la voce rauca di Amos:
– Che è successo, che c’è di così urgente?
Il sangue mi sale alla testa ed esplodo con tutta la mia rabbia.
– Io ho tenuto fede ai patti, ma voi, non appena trovo un contatto affidabile, me lo arrestate. Marco Noble tra l’altro non mi risulta abbia una parte attiva in questo fantomatico movimento rivoluzionario. È solo uno che ha molte conoscenze in quell’ambiente. Da questo momento, glielo dico chiaro e tondo, non contate più su di me. Non voglio rischiare la pelle per i vostri errori.
Amos, dopo una lunga pausa, replica irritato:
– Noble è stato solo fermato per un interrogatorio. Domattina lo rilasciamo. Continui nel suo lavoro e non tema per la sua incolumità; noi la proteggeremo.
Faccio un po’ sbollire la rabbia e poi:
– Per dimostrare la mia attendibilità la informo che mi è giunta voce che Silvester è rientrato segretamente in Italia e intende organizzare attentati terroristici. E adesso, nel vostro interesse, non mettetemi più bastoni tra le ruote.
Interrompo bruscamente la conversazione, mi asciugo la fronte e chiudo gli occhi.
Ha avuto quel che si merita.
TREDICI
Sono passati alcuni giorni.
Paola, mia figlia, mi ha chiesto di accompagnarla: deve ritirare dei documenti in Comune.
Stamane in città c’è un’atmosfera diversa dal solito.
Il numero dei poliziotti sembra raddoppiato e anche i controlli sui comuni cittadini. Ci avviamo lungo via degli Arcimboldi e, sboccati in Piazza Indipendenza, vediamo gli edifici pubblici, il Municipio, il Palazzo del Governo, il Ministero delle Finanze presidiati da militi delle forze speciali dell’esercito. Si respira un’aria di minaccia incombente. I pini rinsecchiti del giardino al centro della piazza sembrano più curvi del solito. Dall’alto del suo piedistallo, un bronzeo Giuseppe Garibaldi guarda assorto i pesciolini rossi che vagano nell’acqua torbida della vasca rettangolare della fontana posta ai suoi piedi. Due vecchi, ignari evidentemente del clima di pericolo imminente, chiacchierano tranquilli seduti su una panchina là a fianco. Uno sbuccia un arancio e ne butta, una alla volta nell’acqua della vasca, le scorze che ora navigano in mezzo ad altri detriti sotto lo sguardo, questa volta incazzato, “dell’eroe dei due mondi”.
Un poliziotto ci chiede i documenti.
– Che è successo? – domando dubbioso.
– Nulla, semplici controlli di sicurezza.
Gli uffici per il ritiro dei documenti, al piano terra del Comune, sono chiusi.
– I terminali dei computer sono andati temporaneamente in tilt. – ci informa cortesemente un agente – Ripassate domani.
Torniamo indietro, giriamo in via dei Tornabuoni e ci infiliamo nel primo bar che incontriamo. Facciamo appena in tempo a sederci a un tavolino quando un boato improvviso fa tremare l’edificio come se stesse lì lì per cadere.
Il violento spostamento d’aria ci scaraventa sul pavimento, mentre il locale è invaso dalle schegge delle vetrine infrante. Attorno a noi è tutto un rovinio di tazze, bicchieri, posate, bottiglie, sedie, tavoli. Dietro il bancone la cassiera sembra per un attimo pietrificata, poi esplode in un lungo urlo isterico. Ci rialziamo a fatica da terra e, assieme ai pochi altri avventori, ci precipitiamo fuori, all’aperto.
Per strada c’è un fuggi fuggi generale di gente terrorizzata le cui grida si mescolano al rumore assordante delle sirene della polizia e dei pompieri. Dalle parti del Palazzo del Governo si alza alta una colonna di fumo nero mentre un mare di fiamme spinte dal vento tinge di rosso e brucia i tetti e le facciate delle case.
Improvvisa inizia una sparatoria. Cecchini dalle finestre e militari in ginocchio che rispondono alla cieca. Qualcuno, qua e là tra la folla, cade a terra colpito, un poliziotto crolla ai miei piedi. Osservo inorridito la chiazza di sangue che si allarga piano attorno alla sua testa.
La guerra di Liberazione è appena iniziata.
QUATTORDICI
nel livido albeggiare
navigano cirri neri
sul bianco
di nubi passeggere
crepacci oscuri nella neve?
a poco a poco
iridescenti arcobaleni blu
si alternano
a rosee geometriche illusioni
mentre scivolo leggero
su ripide acque cristalline
per naufragare
immemore
nel deliquio blu dei sensi
PSICOBLU
per un’alba pallida
come un’oliva
si può anche delirare
Mi sembra di vivere dentro una bolla di vuoto, immerso nella materia oscura, in una continua fuga dalla realtà.
Esco di casa, percorro nella penombra del primo mattino il lungo viale Carducci e, giunto in fondo, svolto a destra in via Marco Polo. Dopo alcuni passi entro, girando a sinistra, in un vicolo buio di cui non si distingue il nome.
Ho un appuntamento con Amos al numero 11.
Davanti alla porta di ferro di un pianterreno mi attende la sagoma inconfondibile dell’omaccione del Circolo degli amici. Senza una parola apre la porta blindata, si scansa e mi fa passare. Entro accompagnato dal clangore metallico dei battenti che si chiudono alle mie spalle.
Mi ritrovo in una specie di cripta cimiteriale, nel buio più assoluto, rotto appena dalla luce fioca di una lampada posta al centro di un tavolo davanti al quale siede Amos. Quasi non lo riconosco; è smagrito e la luce spettrale che gli illumina dal basso la testa accentua i solchi delle rughe che gli scavano il volto, conferendogli l’aspetto di una maschera tragica. I suoi occhi poi non sono più inquisitori, ora sembrano spenti.
– Siamo alla resa dei conti – la sua voce inconfondibile è sempre più rauca. – Nel Paese si susseguono scioperi, attentati e omicidi. Ieri hanno ucciso il mio migliore amico, e io stesso vivo in uno stato di segregazione.
Ora che la mia vista si è adeguata alla scarsa illuminazione noto contro una parete una branda, un lavandino e un wc.
– Conserviamo però intatta la nostra forza militare e politica – prosegue – Supereremo questo difficile momento e allora la repressione sarà inflessibile. L’ho fatta chiamare per sapere se ha qualche notizia da darmi.
– Mi sono trovato per caso in Piazza Indipendenza, al centro dell’attentato dinamitardo di qualche giorno fa, e me la sono cavata per un pelo. Anche io da allora vivo chiuso in casa e non ho più avuto contatti con nessuno. La mia vita è a rischio più della sua: se non riuscite a proteggere voi stessi, come pensate di difendere la mia incolumità?
Amos non replica e io concludo:
– Intendo finita la nostra collaborazione. Non mi chiami più.
Mi alzo, mi avvio alla porta, la spalanco e faccio un balzo indietro. Due giovani barbuti mi spintonano di lato e si precipitano nella stanza con le pistole spianate. Uno si trascina dietro il corpo senza vita della guardia del corpo di Amos. Attorno al collo porta ancora stretto il laccio di cuoio che lo ha strangolato.
Amos è in piedi con le braccia alzate.
– Pietà, pietà – invoca tremante.
– La stessa che hai avuto per i nostri fratelli che hai fatto trucidare. Il tribunale del popolo ti ha condannato a morte.
Il tribunale del popolo.
Quale popolo, quello che per trent’anni ha favoritol’ascesa e ha mantenuto al potere questa feccia?
Altro che rivoluzione armata, ci vuole una rivoluzione culturale per trasformare questo popolo di egoisti ignoranti e di ignavi in cittadini consapevoli.
Un colpo di pistola centra Amos in mezzo alla fronte.
Io sono lontano, assente mentre in una sequenza al rallentatore osservo con distacco gli occhi sbarrati e il corpo che si affloscia a braccia spalancate sul tavolo.
Quello che ha sparato mi scuote afferrandomi una spalla.
– Non torni a casa – mi intima – si dia uccel di bosco, scompaia come ha fatto Marco, che adesso è in libertà. Se questi fascisti la prendono farà una brutta fine.
QUINDICI
Saverio, un vecchio amico, mi ha dato le chiavi di un monolocale, nel sottotetto di casa sua. Non mi ha fatto domande; ci conosciamo da troppo tempo e solo guardandomi negli occhi ha compreso la gravità della mia situazione. Sale spesso a farmi compagnia e, nonostante i miei continui dinieghi, mi porta sempre qualcosa da mangiare. L’ho pregato di avvertire mia figlia di non cercarmi: mi farò vivo io stesso appena possibile.
Mi avventuro solo in pieno giorno in giro per la città; di sera e peggio ancora di notte sarebbe troppo pericoloso, i controlli aumentano.
Oggi, nel primo pomeriggio, sono uscito per acquistare qualcosa da leggere; chiuso nella mia stanzetta il tempo sembra non passare mai. Mi tengono informato solo le notizie trasmesse da qualche tempo da una radio libera Club Radio che fino ad ora è riuscita misteriosamente a sfuggire ai continui tentativi di oscuramento delle sue frequenze da parte delle autorità governative. La situazione nel Paese è sempre più confusa, ma la paura comincia a diffondersi tra i fedelissimi al Regime. Sono sempre più numerose le diserzioni dalle fila della polizia e dai reparti dell’esercito. La guerriglia, iniziata in montagna, è scesa anche in città con un mordi e fuggi imprevedibile.
Corso Sempione, di solito affollato a quest’ora, è semideserto. Poche anche le macchine in circolazione. La gente preferisce restarsene rintanata nelle case mentre militi armati vigilano appostati a ogni incrocio.
Non fanno però caso, come in passato, al mendicante seduto sui gradini dell’ingresso di un negozio chiuso. Hanno altro a cui pensare.
In fondo all’androne
nell’ombra immanente che copre pian piano
la luce
sta l’uomo
il volto chinato
sul vecchio violino scordato
e il cane
che ascolta ai suoi piedi
rapito
la nenia che varia
nell’aria
Si stanno così tutto il giorno
si guardano muti tra loro
nessuno li vede
Si stanno così tutto il giorno
invisibili
poi
la notte
benigna nel buio li avvolge
di un nero mantello
di oblio
Svolto a destra all’angolo con via Solferino ed entro nella grande libreria Savinelli. Anche qui non c’è nessuno; tutta la città vive un’atmosfera surreale, sotto la cappa di piombo di un’Apocalisse imminente.
Mentre sfoglio un libro sotto il cartello Classici un tipo appena entrato mi si ferma accanto e sembra controllare i miei gusti letterari. Poi di botto:
– Buongiorno dottor Kappa – mi fa – è un piacere rivederla.
E di fronte alla mia evidente sorpresa aggiunge:
– Sono Giovanni Pieramico, non si ricorda di me? L’ho consultata mesi fa per una cefalea ricorrente. Ora, con le sue cure, sto meglio e la ringrazio ancora. Mi scusi se l’ho disturbata.
Sono un buon fisionomista ma non mi ricordo di lui e tanto meno della sua cefalea. Sorrido imbarazzato:
– Nessun disturbo, sono lieto che ora stia meglio.
L’uomo si allontana e, in fondo alla libreria, comincia ad armeggiare con il suo cellulare.
Ho uno strano presentimento, smetto di sfogliare il libro ed esco rapidamente dal locale. All’aperto mi avvio a passo veloce alla ricerca di un mezzo che mi riporti a casa. Dopo qualche minuto vedo, riflessa in una vetrina, l’ombra dell’uomo che sembra seguirmi. Accelero, ma i suoi passi si fanno sempre più vicini.
Mi è addosso.
All’angolo con via San Martino un furgone nero mi affianca e si blocca con uno stridio di gomme. Le portiere laterali si spalancano e quattro braccia mi afferrano e mi trascinano dentro. L’inseguitore collabora spingendomi da dietro.
Mi ritrovo, incappucciato e con le mani legate, seduto sul sedile posteriore del furgone, stretto tra i miei due assalitori.
SEDICI
Il furgone riparte sgommando. Percorre a folle velocità un tragitto lungo e tortuoso. Appena si arresta, il guidatore scende, probabilmente apre un cancello, poi risale a bordo e il veicolo riparte percorrendo lentamente una breve discesa.
Si ferma di nuovo. Si aprono le portiere e i miei sequestratori scendono e mi trascinano fuori con brutalità.
Mi ritrovo legato a una sedia.
Il tempo sembra non passare mai. Poi qualcuno mi toglie il cappuccio e una luce violenta, sparata sul mio volto, mi acceca. Strizzo gli occhi, li riapro: non riesco a vedere nulla. Improvviso mi arriva uno sganascione che mi fa ruotare la testa e rischia di far ribaltare la sedia.
– Ben arrivato Kappa. – mi fa una voce irridente – Sei giunto alla fine del tuo percorso di traditore. Non hai più scampo, sei nei guai fino al collo.
– Non so di cosa parli.- protesto – Io ho sempre eseguito fedelmente i compiti affidatimi.
Un pugno violento mi scaraventa sul pavimento.
Qualcuno mi affibbia un calcio e poi in due mi rialzano, sempre legato alla sedia che ora traballa.
– Ma guarda, ricevi in casa Fabre che subito dopo viene ammazzato. Vai ad un appuntamento con Amos che viene ucciso sotto i tuoi occhi. Strane coincidenze, non credi?
Sono completamente intronato, la bocca è piena di sangue che gronda a catinelle dal naso certamente rotto. Trovo ancora la forza di replicare con voce fievole:
– Coincidenze, coincidenze.
Questa volta il pugno mi centra in pieno stomaco. Un urlo strozzato e mi piego in avanti, senza fiato e con gli occhi fuori dalle orbite.
– Adesso avrai capito che facciamo sul serio. Potresti però ancora cavartela se ti dai veramente e subito da fare per scoperchiare la rete degli ultimi atti terroristici in città. Ti diamo tre giorni di tempo per rivelarci i nomi dei mandanti e degli esecutori. Tua figlia e Stefano, suo marito, sono nelle nostre mani; se li vuoi rivedere vivi, dacci al più presto quei nomi. Adesso ti riportiamo a casa tua dove ti potremo controllare meglio. Non perdere tempo.
Ricordati che noi non scherziamo mai: immagina solo quello che possiamo fare a tua figlia prima di sgozzarla.
DICIASSETTE
La città sembra una zona di guerra. Nessun civile in circolazione, ma in compenso truppe in assetto da combattimento marciano attorno a veicoli corazzati che procedono rumorosi. Alcuni elicotteri sorvegliano la situazione dall’alto.
É stato dichiarato lo stato di assedio.
I miei sequestratori mi hanno lasciato davanti al portone di casa e non so che decisione prendere. Dovrei salire per lavarmi la faccia, medicare le ferite, riposare un po’: in effetti non ho più l’età per questo genere di avventure. L’angoscia per la sorte di mia figlia è però così grande che mi serra la gola e mi procura una morsa alla bocca dello stomaco. Incredibilmente non conosco nessuno nell’Organizzazione. Gli unici due che ho incontrato sono morti, e nemmeno nella Resistenza, Marco è scomparso.
Improvviso un conato di vomito mi piega su me stesso.
– Amico mio che hai fatto? – è la voce di Renato, un mio vicino di casa, un vecchio gagliardo che mi si avvicina sostenendosi con un elegante bastone.
– Niente di grave Renato, ho avuto un incidente. Ora salgo a darmi una sistemata.
L’amico mi si appiccica addosso scrutandomi:
– Mi sembra che tu sia conciato proprio male – poi con fare scherzoso – ti devo chiamare un medico? Sali, sali subito a casa, – e infine con un sussurro – ci sono i tuoi nipoti che ti aspettano.
DICIOTTO
La porta blindata del mio appartamento è stata forzata. All’altezza della serratura noto due fori prodotti con tutta evidenza da colpi d’arma da fuoco. Un grosso maglio l’ha poi sfondata facendola uscire dai cardini e buttandola a terra.
L’appartamento è irriconoscibile: nel soggiorno la libreria, i cui piani pendevano solidi da anni, è crollata. Procedo incerto a zig zag tra cumuli di libri, vetri rotti, suppellettili varie, cassetti svuotati, rottami di mobili, quadri divelti dalle cornici, poltrone e divano sfondati.
Non hanno risparmiato nulla. Solo la testa bronzea di Liliana è ancora sul suo piedistallo e contempla incupita lo sfacelo.
Il resto della casa è nelle medesime condizioni.
Dallo studio e dal mio rifugio segreto sono scomparsi i computer; solo i televisori sono rimasti intatti al loro posto. Vado in bagno e mi lavo la faccia. Lo specchio riflette l’immagine di un volto tumefatto: l’occhio destro nero e gonfio di sangue, il naso completamente deformato.
Improvvisamente mi tornano alla mente i miei nipoti che, secondo Renato, dovrebbero aspettarmi qui.
Dove si sono cacciati?
Salgo al piano superiore di corsa, per quanto me lo permetta il dolore lancinante alla schiena. Il giardino sembra in ordine. D’un tratto mi sento abbracciare stretto da dietro.
– Ciao nonno – è la voce di Andrea.
Subito dopo è Francesco a stringermi forte a se.
Andrea, laureato in economia alla Bocconi, lavora in una grande società del Nord; Francesco, il fratello più piccolo, studia giurisprudenza a Milano, anche lui alla Bocconi.
– Abbiamo saputo dei tuoi guai e siamo corsi subito quaggiù.
– Andrea, Francesco, hanno rapito mamma e papà e – aggiungo con voce angosciata – non so dove siano e che fine faranno.
– Sappiamo tutto. – soggiunge Andrea – É il professor Noble che ci ha avvertito; lui è a capo dei rivoltosi in città.
Siamo da tempo anche noi impegnati nella Resistenza: io nei Gruppi di Azione Partigiana, mentre Francesco è tra gli organizzatori di un movimento rivoluzionario all’interno dell’Università.
Adesso cerca di stare calmo, ti portiamo buone notizie.
Ascolta stasera il telegiornale delle otto. Le forze armate – l’Esercito, la Marina e l’Aviazione – si sono ribellate e stanno passando dalla nostra parte. Domani all’alba assalteranno lo stadio che è divenuto un grande campo di concentramento e dove è sicuramente detenuto papà.
Mamma invece è reclusa, mi ha detto il professor Noble, in via Tasso a villa Triste, sede della famigerata banda Koch.
Non ci resterà a lungo. Durante l’assalto allo stadio, assieme a Francesco e a un gruppo di guerriglieri, la libereremo.
La banda Koch?
Questo è il nome di una feroce banda fascista che nel 1944, verso la fine della seconda guerra mondiale,
commise torture inenarrabili nei confronti degli oppositori al Regime.
Qualcuno si è dato come nome di battaglia quello del criminale Pietro Koch.
Un boato dalla strada ci distoglie dal nostro discorso. Ci precipitiamo al parapetto del terrazzo: una colonna di fumo sale dal basso. Un drone ha centrato in pieno, con una bomba, un carro armato. I militari rompono le fila e si precipitano in fuga nelle strade laterali, mentre gli automezzi si addossano ai muri.
– Scappiamo, – mi dicono i miei ragazzi abbracciandomi – non uscire di casa e ascolta stasera la televisione.
DICIANNOVE
Ho passato il resto del pomeriggio disteso vestito su quel che resta del mio letto. Cerco di riposare per alleviare i dolori che mi tormentano. Il cervello però è tutto un turbinio di pensieri angosciosi.
Che succederà domani?
Accendo la televisione, sono quasi le otto. Il telegiornale è preceduto dal solito motivo musicale, ma il presentatore è uno sconosciuto giovane barbuto. Con voce profonda annuncia:
– Vi parlo dalla nuova televisione libera. Le forze della Resistenza hanno occupato tutte le sedi RAI, cacciato i servi del Regime e ora trasmettiamo, dalla sede centrale, il primo bollettino speciale di un Paese non più imbavagliato. Il Gran Consiglio si è dileguato nel tentativo di sfuggire alla cattura. Del misterioso Grande Fratello non si sa nulla, nessuno lo ha mai visto, forse non è mai esistito realmente. È solo una voce che viene dal teleschermo, certo un’ icona, la personificazione del Partito.
– Una lunga pausa, poi il presentatore prosegue.
– Invitiamo tutti i cittadini a restarsene chiusi al sicuro. La battaglia non è ancora conclusa e temiamo i colpi di coda da parte degli ultimi irriducibili miliziani fascisti.
Sono scioccato e, nonostante i dolori, mi giro e mi rigiro nel letto. La stanchezza è grande, ma non riesco prendere sonno.
Il fantomatico Minotauro ritratto in un quadro astratto di Giuseppe Misticoni incombe da un muro sui miei incubi.
Mezzanotte, è questa l’ora dei mostri che dalla notte dei tempi tornano e invadono le coscienze.
quelli che affollano
il buio
gli incubi
debbo accendere
a tutti i costi
una luce
Mi alzo e girovago per un po’ nella mia casa sconvolta. Esco sul terrazzo e mi affaccio al parapetto. La strada ora è deserta e una calma inquietante regna sulla città. I pochi lampioni ancora in funzione proiettano un alternarsi di luci e ombre sulla facciata del palazzo di fronte e creano figurazioni fantasmatiche, ai miei occhi, tra i cornicioni e gli angoli dei tetti.
Suggestioni evanescenti del mio cervello malato.
Decido di uscire: non posso rimanere inerte, devo andare incontro anch’io al destino della mia famiglia.
VENTI
Si sono fatte le tre e decido di avviarmi, a passi lenti, verso lo stadio. Al primo incrocio svolto a destra e percorro una via perpendicolare sotto una pioggerella sottile e continua che ha iniziato a cadere senza infastidirmi. Un improvviso soffio di vento ne cambia per un momento la traiettoria: da verticale a obliqua. Alla scarsa luce dei lampioni che fiancheggiano la via, la pioggerella sembra trasformarsi in nebbia. L’alba è ancora lontana e decido di riposarmi, al riparo di un grosso pino, sulla panchina di un parco distante circa duecento metri dallo stadio
Via Tasso è lì vicino, a cinquanta metri. Il silenzio è assoluto e comincio a dubitare delle previsioni dei miei nipoti.
Un grosso cane randagio mi gironzola attorno e mi si strofina contro le ginocchia.
– Non ho niente da darti – gli mormoro carezzandolo.
Il tempo passa e io, piano piano, mi assopisco, appoggiato allo schienale della panchina con la testa reclinata su una spalla.
Mi sveglia di colpo un forte brusio e il rumore di motori in avvicinamento. Albeggia e non piove più. Dal lungomare spunta un corteo di veicoli blindati affiancati da soldati in tenuta da combattimento. Un elicottero volteggia sullo stadio, dal quale salgono le grida dei reclusi, mentre un altoparlante intima:
– É l’esercito di Liberazione che vi parla. Arrendetevi, non avete più scampo. Prima escano le guardie, disarmate e a braccia levate. Poi i prigionieri; mi raccomando con calma e il maggior ordine possibile. Non ci sono più pericoli.
I cancelli dello stadio si aprono e ne fuoriesce un gruppo di miliziani con le mani in alto, e poi una fiumana di gente impazzita dalla gioia che i militari stentano a inquadrare per indirizzarla verso la Riviera, dove evidentemente la aspettano camion e bus per condurla in centri di identificazione.
– Stefano è salvo! – mi ritrovo a esclamare ad alta voce.
Paola però è ancora reclusa a villa Triste e io, appoggiato al muro di una casa che una viuccia separa dalla villa, me ne sto in ansiosa attesa dei liberatori. La piazza antistante lo stadio si è nel frattempo quasi completamente svuotata.
Tic Tac Tic Tac, questa volta è certamente il battito ossessivo , Tic Tac Tic Tac , del mio cuore in angoscia.
Da una strada alle mie spalle arriva un rombo di motori: un piccolo blindato con un cannoncino laser sulla torretta girevole, seguito da un camion pieno di uomini, si ferma davanti alla villa.
Un altoparlante replica l’intimazione ascoltata allo stadio.
.
– Arrendetevi e uscite disarmati. Entreremo noi a liberare i prigionieri.-
.
Per tutta risposta una raffica di mitra parte dal piano superiore della casa: la banda fascista di Pietro Koch non intende arrendersi.
Dal blindato sparano un colpo di laser che manda in mille pezzi il portone d’ingresso mentre i guerriglieri, balzati giù dal camion, rispondono al fuoco e si precipitano all’interno della villa.
VENTUNO
Appostato all’angolo della casa a fianco, ascolto grida, spari, rumori di colluttazioni e di vetri infranti, mobili che cadono.
Improvvisamente da una porta laterale esce un gruppo di squadristi che si trascina dietro tre disgraziati e li sbattono a fianco a me contro il muro.
– Recitate le ultime preghiere – urla quello che sembra il loro capo.
Giro la testa verso la villa e intravedo Paola, sostenuta da Andrea e Francesco, che esce dalla casa maledetta.
Un empito violento di gioia mi invade. L’angoscia è scomparsa, sono finalmente felice.
I miei compagni di sventura hanno le teste abbassate in attesa della raffica mortale.
Io invece sorrido allegro e, agitando una mano in segno di scherno ai miei aguzzini, intono un vecchissimo motivo che canticchiava mio padre quando voleva prendere in giro Benito Mussolini:
.
È il tamburo principal della banda d’Affori….




Lascia un commento