ALLA RICERCA DELLA LINGUA PERDUTA
Vi ripropongo, con i dovuti aggiornamenti, un mio vecchio scritto su un argomento che oggi è sempre più attuale: la crisi della lingua italiana.
Il grande linguista Tullio De Mauro, poco tempo prima di morire nel gennaio di quest’anno, ha scritto che “l’emergenza culturale, nel nostro Paese, dovrebbe preoccupare almeno quanto quella economica”. E in precedenza ci aveva ricordato che la lingua italiana è in crisi perché leggiamo poco. Ed è certamente vero, con la conseguenza che “la debolezza culturale favorisce l’affiorare di stravaganze e imbecillità linguistiche… anglismi come location per dire luogo d’incontro”.
L’italiano parlato è per troppi un italiano orecchiato. In compenso ci illudiamo di conoscere l’inglese, anzi – come scrive un lettore de la Repubblica – abbiamo deciso di ”morire inglesi”. Ed è quindi tutto un fiorire – sulla stampa e nella politica – di anglismi: abbiamo un ministero del Welfare e anche un Premier; dissertiamo di governance, spending review, job e jobs act, location indoor e outdoor, gossip, guest, wedding cake, smart, account, spread, asset, e chi più ne ha più ne metta.
Georg Wilhelm Friedrich Hegel, il grande pensatore tedesco, ha scritto che “il giornale è la preghiera del mattino dell’uomo moderno”; ma io, quando mi accingo a leggere il quotidiano che apprezzo di più, devo accendere il computer e collegarmi a internet perché troppe sono le parole che non comprendo. È vero che conosco poco l’inglese: nella mia lontana giovinezza a scuola si insegnavano solo il tedesco e il francese, e poi sono stato troppo impegnato a lavorare per laurearmi in medicina. A quell’epoca la mia famiglia – quasi tutte le famiglie – non potevano permettersi di offrire ai figli vacanze studio in Inghilterra. Sono tuttavia un uomo di buona cultura, ma al mattino mi perdo nella selva di anglismi di cui sono disseminati gli articoli che leggo. Oggi mi sono imbattuto in parole come quantitative easing (o QE), bit coin, storytelling, know-how, start up, che solo grazie a internet ho potuto tradurre in alleggerimento quantitativo, moneta immaginaria, narrazione, bagaglio di competenze, avviamento. Mi sono sentito un “analfabeta funzionale” come Tullio De Mauro definiva “il 70% degli italiani (che) non capisce quello che legge”.
Lo sciovinismo linguistico dei francesi sarà ridicolo, ma il nostro servilismo culturale mi fa rabbia. Non ci basta più nemmeno l’abuso di parole straniere al posto di quelle che in italiano già ci sono: ho sentito un cronista televisivo chiamare porta a revolver una banale porta girevole, ed è frequente la raffinatezza di scrivere “barrage” al posto di sbarramento, con il risultato di farsi capire solo dai giocatori di bridge che conoscono universalmente questo termine perché fa parte della tecnica di gioco. Su la Repubblica, Claudio Tito tempo fa ci informava: “Sel punta ad abbassare il barrage per entrare in Parlamento”; e Eugenio Occorso: “Ma subito (Cottarelli) è sottoposto a un barrage di polemiche per il suo stipendio”. Non ci bastano più nemmeno queste amenità: adesso c’è anche chi ha lanciato, per snobismo e ignoranza, la moda di appiccicare, a orecchio, desinenze italiane a parole inglesi: il massimo del grottesco. E così c’è il giornalista televisivo che chiamava assistenza un assist di Pirlo a Balotelli, e perfino alcuni luminari traducono l’inglese tolerance, che nel contesto medico sta per assuefazione, nell’improbabile italiano tolleranza. Ricordo ancora la gomitata del vecchio cardiologo che mi sedeva accanto in un congresso, all’ennesima tolleranza pronunciata dal relatore: caro collega, il Maestro ha nostalgia degli anni della legge Merlin!.
Che dire poi di chi scrive polluzione (sul modello inglese pollution) invece di inquinamento, con il bel risultato di indurre qualcuno, dubbioso, a scrivere a la Repubblica chiedendo se la polluzione atmosferica non sia per caso il prodotto dei sogni bagnati di Giove Pluvio.
“L’intelligenza è già all’opera” scrisse anni fa un noto giornalista di cui non ricordo il nome. Contento lui… . Ma della sua intelligenza è lecito dubitare visto che la cosiddetta “intelligence” (che lui italianizzava ricalcando la parola inglese) sta per servizio segreto di informazioni.
Oggi poi che il congiuntivo – questo sconosciuto – è stato sostituito dall’indicativo, la comunicazione digitale ha accelerato il declino della scrittura corretta. Addio ai segni di interpunzione: sparito il punto e virgola, le virgole e gli accenti vengono messi o omessi a caso, i puntini di sospensione sono ben più di tre. E l’apostrofo? Nel mondo delle comunicazioni digitali se ne fa volentieri a meno; ci rimane solo “l’apostrofo rosa” di Rostand all’interno dei Baci Perugina.
Poveri noi senza una memoria collettiva, né storica né culturale.





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