Bisogna cambiare tutto perché tutto resti come prima
Sono passati diciassette anni da quando ho dedicato al divo Silvio questi modesti versi:
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Mi perseguita
dai muri
dagli schermi
dai giornali
con l’eterno sorriso
obliquo e sgangherato
la maschera di plastica
mi perseguita
del venditore di sogni
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Umilia
la dignità della ragione
vacuo
l’eloquio torrenziale
del piazzista nazionale
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Alla corte dei miracoli
nani giocolieri e ballerine
all’arroganza s’inchinano
dell’unto del Signore
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Alla corte dei miracoli
il trasformismo
in cambio di prebende
all’ammasso porta
il cervello
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Alla corte dei miracoli
agli occhi dei sudditi servili
il re
non è mai nudo
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(l’uomo della provvidenza, da ABRACADABRA , 2001)
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L’ex Cavaliere è stato il profeta del potere carismatico nel solco tracciato dal grande sociologo ed economista tedesco Max Weber. In questo senso si sono oggi berlusconizzati pure i suoi avversari, Renzi, Salvini, Grillo, nonché un’orgia di cognomi sulle schede elettorali, da Grasso a Bonino e a Lorenzin.
Ai primi tre potrei oggi dedicare, con qualche modifica, gli stessi versi. Nella giostra dell’irresponsabilità, di cui siamo spettatori basiti, ritroviamo vecchie promesse mai realizzate che ci hanno lasciato peggio di prima. L’ammonimento “Bisogna cambiare tutto perché tutto resti come prima” (adattamento del passo citato nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa) è esemplificativo delle proposte enunciate dalle varie formazioni politiche in competizione nella prossima tornata elettorale.
Nel paese dei balocchi – quello in cui viviamo – c’è sempre un peggio… al peggio: tutti vogliono abolire qualcosa, ma nessuno vuole costruire niente.
La nostra mancanza di memoria culturale ci accomuna purtroppo ad altri fanatismi.
Il Donald Trump, quello per il quale i paesi poveri non sono altro che “cessi”, e il leghista Attilio Fontana, quello per il quale “l’invasione degli stranieri metterebbe a repentaglio la nostra razza bianca”, sono dei tardi, miserabili epigoni del Benito Mussolini che nel 1938, in un discorso retorico e stentoreo, invitò il popolo italiano ad acquisire ”una chiara, severa coscienza di razza che stabilisca non solo delle differenze, ma anche delle superiorità nettissime”. Sono passati 80 anni, ma Attilio Fontana è rimasto ancora “legato” (che vuoi? È un leghista…) a quell’orrenda cultura nazi-fascista, e ignora che la nostra cosiddetta razza non è “pura”, ma l’effetto nei secoli di innumerevoli contaminazioni: migrazioni, invasioni, occupazioni, sottomissioni.
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Nasconde il buio della ragione l’arco teso dell’odio
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A Betlemme a New York a Sarajevo
nasce ogni giorno dio
e muore
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(da ABRACADABRA, 2002)
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Mi rimproverano in molti – il mio nipote più grande in primis – di essere monotono in alcune mie ossessioni: la rivoluzione culturale e la decrescita felice.
La rivoluzione culturale alla quale mi riferisco non è quella di Mao, ma consiste in un nuovo approccio al sapere. È finito fortunatamente, almeno da noi, il tempo delle rivoluzioni sanguinose contro le tirannidi, ma è ancora valido il celebre detto maoista “la rivoluzione non è un pranzo di gala”. Ci vuole tempo e un forte impegno collettivo per realizzare l’utopia rincorsa dai tempi dell’Illuminismo; quella per cui la conoscenza deve essere libera, accessibile e fruibile da tutti. Ma il presupposto davvero rivoluzionario è che il cittadino non sia più visto come un semplice fruitore: ognuno di noi può essere un produttore di contenuti.
La decrescita felice è una intuizione dell’economista e filosofo francese Serge Latouche che si oppone alla “religione imperante della crescita senza fine”, cultura che costringe a ricercare, in modo irrazionale e distruttivo, uno sviluppo economico continuo e fine a se stesso. L’intuizione della decrescita, infatti, vuole un arretramento del Pil in favore di un aumento di benessere: benessere inteso da Latouche come un “bien vivre” che tiene conto di aspetti immateriali e normalmente dimenticati, quali la cultura, il tempo libero, le relazioni umane. L’arretramento necessario che la strada della decrescita richiede, però, non ha nulla di nostalgico; esso deve, al contrario, essere accompagnato da cambiamenti qualitativi, resi possibili da tecniche e tecnologie innovative ma pur sempre caratterizzate da equità ecologica e sociale.
Una utopia? Non credo: io provengo da una giovinezza nella quale mio madre si faceva le gonne con i pantaloni lisi di mio padre, e nella quale i colli consunti delle mie camicie venivano ricostruiti con la parte infero-posteriore dell’indumento. Ero infelice: no. I tempi oggi sono cambiati e con il lavoro della nostra gente è arrivato il benessere. Ma una crescita non può essere infinita e dobbiamo combattere contro l’invadenza dei continui messaggi, spesso subliminali, che ci stimolano a un consumismo sfrenato e insensato.
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stimolare
il bisogno di consumi
bisogna
per soddisfare la produzione
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ma non doveva la produzione
soddisfare
il bisogno di consumi?
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Parliamone
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(da d’altro Canto , 2007)
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Si sono inventati perfino l’obsolescenza programmata. Uno studio tedesco dimostra come numerosi elettrodomestici e prodotti di uso comune vengono programmati, dagli stessi produttori, per rompersi dopo due anni, cioè alla scadenza del periodo di garanzia stabilito dalla legge. Nulla o quasi è oggi riparabile; conviene acquistarne un altro di “nuova generazione”.
Tempi sempre più bui ci attendono se non troveremo il coraggio della ragione, la volontà di mantenere un’indipendenza di giudizio, la forza di ribellarci a un’esistenza da pecora in una delle tante greggi in circolazione.
Nelle vostre scelte – diceva Mandela – non fatevi ispirare dalle paure, ma dai vostri sogni”





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