Dove va l’Europa?

L’uomo forte d’America ha dichiarato guerra all’Europa.

Il più grande pifferaio magico del mondo vede come il fumo negli occhi un’Unione europea forte con una moneta, l’euro, capace di competere con il dollaro negli scambi internazionali. In difesa del suo neoproibizionismo e delle sue misure protezionistiche, Trump mira al disfacimento dell’Ue auspicando una catena di “exit” e lavorando per un’Europa atlantica subalterna agli Usa. E i tanti pifferai nostrani – in Francia, in Spagna, in Italia e nella stessa Germania – si accodano e, agitando i più biechi nazionalismi, predicano il ritorno all’”Europa delle patrie”. Fortunatamente, una volta tanto è stato un italiano, Mario Draghi, a imporsi risolutamente replicando all’accusa Usa di manipolare al ribasso il corso dell’euro. “Noi – ha affermato – non siamo manipolatori della moneta” né a favore degli interessi tedeschi né di quelli americani. Nel suo discorso il presidente della Bce ha aggiunto con forza che l’euro è “irrevocabile”.

Mi sembra quindi chiaro che oggi solo un’Europa forte può competere in un mondo globalizzato: i singoli Paesi e la stessa  Germania, isolati, soccomberebbero. Ne consegue  la necessità di costruire, in tempi rapidi, un’Europa Federale. Voglio ricordare a questo proposito le parole di Alexander Hamilton, uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti: “Sperare in una permanenza di armonia tra molti Stati indipendenti e slegati sarebbe trascurare il corso uniforme degli avvenimenti umani e andar contro l’esperienza accumulata dal tempo”. Ed eravamo agli albori dell’800! Dopo di lui – negli anni ’40 del secolo scorso – due italiani, Altiero Spinelli e il filosofo Mario Albertini, affermarono che lo Stato nazionale avrebbe dovuto essere sostituito con uno Stato federale plurinazionale: la Federazione europea. “Un popolo di nazioni, un popolo federale”, e non “un popolo nazionale”. Per raggiungere questo obiettivo ci vuole però una grande comunione di intenti perché “il nazionalismo è una gramigna infestante” (Massimo Riva). È necessario, in particolare, “tagliare corto su un punto: non ci deve essere più spazio per statuti speciali, come quelli strappati in passato da Londra. Nessuno può immaginare di stare con un piede fuori e uno dentro nell’Unione, secondo i suoi comodi occasionali” (ancora Massimo Riva su la Repubblica). Insomma o tutto o niente; e questo vale in particolare per Ungheria, Polonia, Cechia, Slovacchia e per tutti quei Paesi che ambiscono a un’integrazione europea, ma mirano in realtà all’ottenimento di benefici particolari senza poi rispettare le regole comunitarie. E noi italiani dobbiamo renderci conto di quanto “i maggiori benefici politici ed economici sovrastino i costi dell’appartenenza all’Ue” (sempre Massimo Riva). Oggi, di fronte al neoisolazionismo americano, è più che mai urgente la costruzione di una comunità europea coesa e con una sua identità. Senza soprattutto “diverse velocità”. Angela Merkel si è affrettata a smentire questo suo presunto progetto, e Martin Schulz, il candidato concorrente, ha affermato: “Abbiamo già un’Europa a diverse velocità”. E d’altra parte le diverse velocità sono già presenti nell’economia di altri Paesi dell’Ue. In Italia ne abbiamo almeno tre: nord, centro, sud. Non si può quindi prescindere dalla costruzione di un vero potere sovranazionale (federale) con un ministro delle Finanze unico e un esercito comune che permetta un meccanismo di difesa indipendente da quello dell’Alleanza Atlantica che Trump sembra voler indebolire.

Per il nostro futuro temo non ci siano alternative.

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