Fa quel che devi, accada quel che può

Mi batto da sempre per una rivoluzione culturale che ponga al primo posto la memoria. Una memoria condivisa perché un popolo che non ha una memoria condivisa del suo passato non ha identità, non ha patria.

Vi ripropongo allora – senza velleità storiografiche – un tema che mi è caro e sul quale ho scritto spesso, per ricordare agli immemori e far conoscere ai giovani alcuni momenti essenziali della storia della repubblica nata dalla resistenza al fascismo.

Il nostro è un popolo senza senso dello Stato, senza una memoria collettiva, un popolo che vive nella provvisorietà. Perfino l’inno nazionale, cantato solo nelle competizioni sportive, era, fino a qualche giorno fa, provvisorio. E la nostra bandiera, che dovrebbe essere un simbolo identitario, è vista da molti giovani con sospetto: “Tuo nonno è fascista? ha chiesto un amico al mio nipote più piccolo, vedendo sventolare sul mio terrazzo il tricolore che io orgogliosamente espongo permanentemente.

Lo stesso nipote, da pochi giorni diciottenne, ha iniziato a prendere coscienza dell’importanza della partecipazione e, pur non aderendo a nessuna formazione politica, si è candidato ed è stato eletto rappresentante d’istituto nella scuola che frequenta. Avendo organizzato – in rappresentanza della maggioranza degli studenti, con l’appoggio di quasi tutti i genitori e di molti docenti, una manifestazione per la difesa di alcuni loro diritti che ritengono violati – mi sono sentito chiedere da una mia amica: Ho visto la foto di tuo nipote sul giornale. È un comunista?”

Strano Paese il nostro nel quale non si può essere solo italiani responsabili e impegnati nella partecipazione ai problemi della comunità.

Le ideologie sono morte consunte dall’intolleranza, ma purtroppo gli ideali sopravvivono a stento, dimenticati, in oscure camere di rianimazione.

I giovani di oggi troppo spesso si ribellano solo ai loro genitori.

A loro questo sistema di vita piace, e pure assai.

La rivoluzione è passata di moda.

Il mio sonno poi è popolato di incubi nei quali incontro sempre il mio alter ego oscuro, il lato negativo della mia personalità, che mi perseguita.

il mio doppio io 2

…

intrappolato

in un labirinto di specchi distorti

senza uscite

ho incontrato solo mostri bifronti

e dappertutto

la maschera riflessa all’infinito

persecutoria

del sosia che non ho mai conosciuto

il gemello crudele

rimosso dalla coscienza

(da Consonanze e Dissonanze 2012)

 

E nel sogno la storia non cambia.

Mi riconosco nel bimbetto in divisa da Balilla che fa il presentat’arm! al Duce, l’uomo nuovo che assicura a tutti ordine, sicurezza e progresso ricorrendo magari, per il bene comune s’intende, a un po’ di manganellate, a una sorsata depuratrice di olio di ricino e, quando è proprio necessario e sempre per il bene comune, a qualche ammazzatina.

La storia si ripete, anche se oggi la violenza – e che violenza! – è quasi sempre solo verbale.

Il Duce, Mussolini, era un socialista, direttore dell’Avanti; poi si fece un partito personale impegnandosi, per rinnovare il Paese, a rottamare la vecchia classe dirigente, ritenuta anche allora un’accozzaglia di cariatidi imbelli e incapaci.

“Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli”, gridò illuminato, e aggiunse: “potevo sprangare il Parlamento, ma non ho voluto… almeno in questo momento…”. 

Di fronte a questo diktat la sinistra di allora come reagì?

In quel momento il regime fascista attraversava una gravissima crisi per l’ondata di malcontento e di ostilità prodotta nel Paese dall’orrore per il delitto Matteotti. Invece di cogliere l’occasione per creare un fronte unitario in grado di opporsi efficacemente al regime, le opposizioni abbandonarono i lavori parlamentari con una inefficace secessione, quella dell’Aventino, che non ebbe uno sbocco politico sia per l’incertezza dei capi sia per la paura di ritorsioni sia per i forti frazionismi – come al solito! – interni.

Anche allora la lotta della sinistra si limitò a una sterile testimonianza.

Il sacrificio di un eroe della democrazia, Giacomo Matteotti, fu inutile.

Di lui rimane, per i pochi che sanno coltivarla, solo la memoria del coraggio e dell’impegno etico e politico.

Voglio qui ricordarlo.

Giacomo Matteotti, soprannominato “Tempesta” per il suo carattere battagliero, firmò la sua condanna a morte con un discorso alla Camera di denuncia dell’uso sistematico della violenza usata dai fascisti a scopo intimidatorio.

Ne era consapevole e lo testimoniano le parole profetiche dette alla fine della sua coraggiosa denuncia:

Io il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me.

Peggio della sinistra fece il resto della società civile.

Per paura e interesse il mondo cattolico voltò le spalle al Partito Popolare di don Sturzo, e si unì a una pavida borghesia tremebonda di fronte alla trasformazione dei poveri in proletari. Assieme delegarono a Mussolini la difesa dei loro privilegi divenendo in maggioranza fascisti, assolutisti e retrivi.

Al risveglio sono sempre più depresso. Mi ritrovo in un Paese che non sento più mio, dilaniato da dubbi: per chi voterò? Non voglio, non posso rifugiarmi, per la prima volta nella mia vita, nell’astensionismo! Poi rifletto e mi dico: fa quel che devi, accada quel può; sei nato incendiario e non puoi morire pompiere.

La storia dunque si ripete e mi fa sorridere il dibattito in corso in Parlamento e nel Paese a proposito di norme più rigide contro i reati di opinione fascista.

L’antifascismo in Italia è oggi – forse lo è sempre stato – un sentimento minoritario.

Continuiamo a parlare di populismo quando sarebbe ora di renderci conto che il fenomeno che attraversa tutto il mondo occidentale non è altro che fascismo. E non mi riferisco al neo-fascismo squadrista – in Italia – degli ultras, dei naziskin e di Casa Pound, ma a quello che il filosofo francese Alain Badiou definisce “un nuovo fascismo”.

Uno spettro che si aggira per l’Europa e per il mondo: come definire altrimenti la deriva autoritaria dei governi del Gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) che alzano muri, filo spinato e si propongono come naturali alleati dell’America di Donald Trump nella sua crociata anti-UE?

E gli austriaci che pretenderebbero che l’Italia costruisse un enorme campo di concentramento a Lampedusa, per impedire un arrivo di immigrati nel loro paese?

Non dobbiamo avere paura di evocare fantasmi: il fascismo è tra noi e ha come capofila l’America di Trump.

Sergio Mattarella, il nostro presidente, ha saputo reagire con fermezza alle provocazioni chiedendo alle cancellerie europee risposte concrete e non improvvisazioni da avanspettacolo:

Non c’è più spazio per le battute estemporanee, al limite della facezia.

Abbiamo a che fare con un fascismo pseudo-democratico che invade le istituzioni ed è trasversale – in Italia –  a tutte le forze nate dalla Resistenza; una “cultura” che, sotto forma anche di un populismo di governo, è il segnale della mutazione genetica di tanta parte della nostra classe dirigente, capace solo di arroganza e di violenza verbale nella proposizione politica.

Dai tempi di De Gasperi la destra ha avuto una progressiva involuzione popul-fascista.

E la sinistra?

La cosiddetta sinistra è all’anno zero. Incapace, come al tempo “dell’Aventino”, di creare un fronte unitario, la troviamo al solito divisa.

Da una parte assistiamo alle diatribe di una costellazione di sigle senza rilevanza politica, autolesionisticamete frammentate in schegge impazzite e in perenne conflitto tra loro.

Dall’altra parte gigioneggia il Renzi delle recenti sconfitte, autoconfinatosi nella ridotta del partito personale, certo del suo potere carismatico sulla massa degli indecisi. Per troppi versi un epigono del “nuovo fascismo” di Alain Badiou.

“Noi siamo spesso contro noi stessi, lavoriamo per i nostri nemici, serviamo le forze della reazione”. Questa riflessione non è di Prodi né di Pisapia e nemmeno di un Renzi rinsavito. L’ha espressa, nella notte dei tempi, Filippo Turati al congresso socialista del 1921.

Umberto Eco scrisse che Mike Buongiorno “convince il pubblico con un esempio vivente e trionfante del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo“. E i nostri leader sono diventati, senza accorgersene, suoi epigoni.

Troppi mediocri pifferai magici, demagoghi, aspiranti condottieri vedo in circolazione: Grillo, Renzi, Berlusconi, Salvini sono probabilmente gli ”statisti” che ci meritiamo.

Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

…

oggi

mi sono svegliato molto presto

all’alba

ma il mio gemello crudele

il sosia perturbante che mi perseguita

nell’inconscio

quello che temo d’incontrare

quando mi sveglio

si è svegliato

almeno

un’ora prima di me

(da nel vento della sera 2015)

2 Responses to Fa quel che devi, accada quel che può

  1. Giuseppe CIRILLO scrive:

    Ottimo e lucido come sempre….grazie per i tuoi pensieri. un abbraccio Peppe Cirillo

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