Il cuneo fiscale nel mercato del lavoro
Da tempo immemorabile e a corrente alternata, sulla carta stampata e nei dibattiti televisivi non si fa altro che discutere di costo del lavoro, disoccupazione, cuneo fiscale, detassazione e decontribuzione.
Una giungla di contraddizioni nella quale noi comuni cittadini – gli economisti e i politici non fanno purtroppo eccezione – ci smarriamo inevitabilmente.
Ho cercato perciò di chiarirmi un po’ le idee e di trasmettere la mia modesta ricerca a chi fosse interessato al problema.
ll cuneo fiscale è un indicatore percentuale dell’incidenza, sul costo complessivo del lavoro, di tutte le imposte (dirette, indirette – Iva, accise, imposte di registro, ecc. – nonché i contributi previdenziali) che gravano sulle imprese e sui lavoratori. In parole povere è la differenza tra quanto un dipendente costa all’azienda (stipendio lordo) e quanto lo stesso dipendente incassa, netto, in busta paga. L’ampiezza del cuneo fiscale è la somma tra le trattenute al lavoratore e gli oneri a carico dell’azienda nonché le imposte a carico del lavoratore.
In maniera molto ambigua, nello storico confronto tra equità ed efficienza in economia pubblica, un aumento del cuneo fiscale è visto come uno spostamento verso una maggiore equità mentre una diminuzione favorirebbe la produttività (efficienza) delle imprese e di conseguenza una maggiore occupazione.
La prima opzione era a mio avviso valida quando le imprese detenevano tutto il potere economico e contrattuale mentre i lavoratori erano ancora “proletari”. L’aumento del cuneo fiscale era visto allora come un mezzo per redistribuire il reddito. Ma oggi che gli imprenditori medio-piccoli (quelli grandi hanno mille scappatoie per evadere le regole) sono messi in ginocchio dalla crisi e da una imposizione fiscale spesso insostenibile, non ci resta che puntare sulla seconda opzione: la diminuzione del cuneo fiscale. E qui nasce il problema della copertura finanziaria.
Nel corso delle elezioni politiche italiane del 2006 la coalizione di centro-sinistra guidata da Romano Prodi si propose l’obiettivo di diminuire di 5 punti percentuali il cuneo fiscale. La maggiore critica della Casa delle Libertà a questo punto del programma prodiano riguardò la copertura finanziaria, giudicata insufficiente per una riduzione così importante e immediata. Tuttavia con la Finanziaria 2007 il governo Prodi, persistendo nel suo obiettivo, effettuò un taglio del cuneo fiscale stimato intorno al 5%. Di cui il 3% a favore delle imprese e il 2% a favore dei lavoratori.
Secondo i dati 2011 e 2012 diffusi dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), per ogni 100 euro di retribuzione lorda un’azienda italiana ne versava in quegli anni 32 sotto forma di tasse e contributi mentre il lavoratore riceveva 68 euro di retribuzione netta. Nel 2015 il rapporto “Taxing Wages”, che analizza il livello e la dinamica del carico fiscale sul lavoro dipendente nei Paesi Membri dell’OCSE, ci chiarisce che la zavorra del cuneo fiscale italiano è cresciuta ininterrottamente dal 2011 sia per le famiglie sia per i single, e che il nostro Paese si piazzava – nel 2015 – ai primi posti della classifica dei paesi OCSE per il peso del fisco sui salari. Negli ultimi due anni le cose sono ulteriormente peggiorate. È salito ancora il peso del cuneo fiscale: oggi in Italia su 100 euro di costo del lavoro 49 (rispetto ai 32 del 2011) se ne vanno in tasse e contributi. Il cuneo fiscale in Italia (quel 49%) è divenuto così di ben 10 punti più alto rispetto alla media europea. L’Italia si colloca oggi al livello dell’Ungheria e supera la Francia (48,5%), mentre la media Ocse è distante al 35,9%. E’ quanto sostiene la Corte dei Conti nel suo Rapporto 2017 sul coordinamento della finanza pubblica. Secondo i magistrati contabili, il cuneo fiscale, riferito alla situazione media di un dipendente dell’industria, colloca al livello più alto il differenziale fra il costo del lavoro a carico dell’imprenditore e il reddito netto che rimane in busta paga al lavoratore: il 49% prelevato a titolo di contributi (su entrambi) e di imposte (a carico del lavoratore).
Che fare a questo punto per bloccare la salita del cuneo, in attesa che si realizzi il sogno utopico di una rivoluzione culturale che permetta di coniugare sostenibilità economica con quella che l’economista e filosofo Serge Latouche definisce una decrescita economica ” felice”? Oggi purtroppo noi tutti – governanti, politici, individui – siamo accecati dall’indifferenza e dall’egoismo mentre per arrestare l’attuale decrescita “infelice” servirebbero coesione e solidarietà necessarie per inventarsi qualcosa di nuovo, e con urgenza, al fine di ridurre la pressione fiscale sulle aziende, favorendo così l’aumento dei salari netti, tra i più bassi nell’Europa dei grandi Paesi.
L’economista Francesco Daveri (Lavoce.it) ci spiega che le imprese dei paesi concorrenti hanno una produttività per occupato maggiore, rispetto all’Italia, del 25-30%. La priorità quindi è quella di favorire una maggiore produttività delle nostre aziende tenendo presente che questo obiettivo non sarà raggiungibile fino a quando, sul bilancio di un’impresa media italiana, tasse e contributi peseranno per il 64,8%: 25 punti sopra la media europea. Le politiche retributive sono un potente strumento per far crescere la produttività, tanto più efficaci quanto maggiore è l’aumento che i lavoratori si ritrovano in busta paga sotto forma di reddito disponibile. Poter utilizzare questo strumento in presenza di minori costi assicurerebbe un notevole vantaggio competitivo. Inoltre più reddito a disposizione significa anche maggiori consumi, con ulteriori ricadute positive per il sistema economico.
Il grande problema rimane sempre quello della copertura finanziaria. Un cane che si morde la coda e che rimanda la Politica, intrappolata in sterili risse, a difficili e sofferte riforme, possibili solo se tutte le forze politiche fossero disposte a confrontarsi nella programmazione unitaria di una grande trasformazione del mercato del lavoro.
Per raggiungere questo obiettivo è necessario però, nel Parlamento, uno spirito di grande coesione nazionale. E purtroppo all’orizzonte non si vede nessuno capace di superare il proprio ego e gli interessi di parte per unire invece di dividere.





Lascia un commento