IL TEMPO DELLA MEMORIA parte quinta

 

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Non sono più tornato in montagna se non per sciare. Mi piacciono le piste molto ripide, ma mi mancano le arrampicate. Di notte mi ritrovo nel sogno sulla “ferrata Brizzio” o lungo il “Canale Gualerzi” che porta al “Torrione Cambi” e da qui alla vetta centrale del Gran Sasso. Al risveglio però ho una crisi di panico. Sono combattuto tra l’impulso di continuare e l’ansia che mi blocca.

– Devo inventarmi qualcosa!

L’occasione me l’ha offerta Stefano, il marito di mia figlia Paola:

– Perché non provi a scoprire la bellezza dell’attività subacquea?

Non ci ho pensato due volte. Ho cominciato a immergermi sotto la guida di Stefano, e dopo qualche mese mi sono iscritto a un corso, nell’isola del Giglio, per ottenere il brevetto di sub.

Le immersioni sono state una scoperta inattesa: sotto il mare c’è una montagna alla rovescia. Pareti ripidissime, grotte profonde, canali e anfratti da esplorare, e poi una fauna e una flora incredibili. Foreste di gorgonie rosse e gialle, praterie di posidonie, e poi pesci variopinti e multiformi. Sono sceso nelle profondità dei mari di diversi continenti, tra le barriere coralline del mar Rosso e quelle dei Caraibi, incontrando squali, barracuda, delfini, gigantesche tartarughe.

I fondali al cui ricordo rimango però più legato sono quelli delle isole Tremiti, nell’Adriatico, non troppo lontane da Pescara. Ci tornavo d’estate quasi ogni settimana, spesso con la mia piccola barca, Junior, dotata di un motore fuoribordo Evinrude da 50 CV.

Le Tremiti sono un piccolo arcipelago di quattro isole, San Nicola, San Domino, il Cretaccio – un grande scoglio argilloso vicinissimo alle prime due – e Capraia (detta anche Caprara o Capperaia). A una ventina di chilometri da queste isole c’è Pianosa, un pianoro roccioso completamente disabitato, meta di immersioni indimenticabili.

Anticamente le isole Temiti venivano chiamate Insulae Diomedee dal nome dell’eroe greco  Diomede che qui sarebbe sepolto. La leggenda narra che Diomede si insediò, dopo una tempesta, in queste isole e che, dopo la sua morte in duello, i suoi compagni furono mutati da Venere in uccelli, le diomedee, una specie particolare di gabbiani che nidifica sulle pareti scoscese di San Domino. Ancora oggi, di notte, è possibile ascoltare il loro canto che, simile a grida e lamenti, è considerato il pianto dei guerrieri per il loro eroe perduto.

I fondali più scenografici delle Tremiti sono  quelli di Capraia. Lì ho osservato, a 40 metri di profondità sotto Punta Secca, un’ancora romana, ma so che numerosi relitti di imbarcazioni romane giacciono a profondità maggiori.

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Un sabato ho deciso di passare il fine-settimana a Tremiti, e ho telefonato al diving che ha sede nell’albergo Eden, a San Domino, dove di solito alloggio. Ho prenotato due immersioni: una per il sabato pomeriggio e l’altra per la domenica mattina.

Quando sono arrivato con il traghetto, un fortunale imperversava sull’isola. Il cielo era buio e pioveva a catinelle.

Rassegnato ho pranzato e poi mi sono sdraiato sul letto, cadendo immediatamente in un sonno profondo. E con il sonno, il sogno.

Simulacro di morte

è questo mio dissolvermi

poi

a occhi aperti

nel sogno

Alle mie spalle la Tour Ronde. Fuggo correndo sopra un pianoro sterminato di neve e poi affronto saltando un ripido brecciaio. Le pietre franano docili sotto i miei balzi facilitandomi la discesa. Il riverbero del sole mi acceca, e ho l’impressione che il cervello si stia pian piano liquefacendo.

e allora

corri

per non pensare

corri allora

senza fermarti

brucia il tuo tempo

quello che ti rimane

senza fermarti

per non pensare

Il brecciaio finisce bruscamente sull’alto di una scogliera che si affaccia nel vuoto.

In basso, in fondo allo strapiombo, s’infrangono le onde spumeggianti di un mare turchese, mentre sull’arenile deserto trascina la risacca i relitti del mio ultimo naufragio.

La mia fuga è finita.

Osservo affascinato l’abisso sotto di me, poi chiudo gli occhi, apro le braccia, e mi lancio nel vuoto.

Il mio volo è lieve, e io sorrido ai corvi che, mentre cado, mi volteggiano attorno: adesso mi sento libero, vivo.

Entro nel mare con un tonfo sordo, sollevando solo pochi spruzzi di spuma.

L’acqua è limpida, trasparente, e io scendo lentamente, in posizione eretta, verso il fondo. Non ho bisogno di respirare, non provo stupore né timore per questa mia improvvisa capacità di muovermi liberamente, come un pesce, in uno spazio tridimensionale. Tutto mi sembra estremamente logico: il mare è ora il mio ambiente naturale. A occhi aperti osservo, durante la discesa, branchi di nere castagnole sospese nell’acqua intorno a me, e meduse traslucide che, come piccole mongolfiere, mi incrociano lasciandosi pigramente trascinare lontano dalla corrente.

Il fondale sottomarino è ricoperto da una prateria di posidonie sulla quale passeggio a passi lenti come sull’erba di un parco.

Vicino a uno scoglio, in un tratto sabbioso senza vegetazione, c’è un uomo disteso a braccia spalancate, le gambe larghe, come in croce. Attorno ai suoi occhi sbarrati pascolano, incuranti della mia presenza, le variopinte donzelle.

Mi avvicino per osservare meglio il corpo senza vita, e non provo alcuna emozione; nessun turbamento e nemmeno sorpresa quando lo riconosco. Quelle sembianze mi sono fin troppo note: le vedo ogni giorno, sempre, quando il mio viso si riflette in uno specchio.

Mi sveglio di soprassalto. È il telefono che squilla.

brancolare cieco alla ricerca

vana

del logaritmo della ragione

– Pronto!

– Non ha prenotato un’immersione?

– Certo, ma pensavo… con questa pioggia…

– Noi andiamo sott’acqua, non ci preoccupa certo la pioggia. Scenda subito: con questo tempo ci vestiamo direttamente in albergo.

Mi precipito. Nel diving ci sono sei uomini intenti nella vestizione: cinque sconosciuti compagni d’immersione e Nicola, la guida, che ci spiega:

– Oggi è buio, non andremo oltre i venti-trenta metri. Munitevi di torce, opereremo come in una notturna.

Poi, mentre viaggiamo in gommone sotto una pioggia battente, aggiunge:

– Andiamo alla cala delle Rondinelle. Lì davanti, a venti metri di profondità, c’è l’ingresso di una grotta sottomarina con un’uscita a venticinque. L’ingresso è un po’ disagevole: vi conduco a vederlo, poi chi non si sentisse di entrare ci aspetterà all’uscita.

Ci immergiamo e accendiamo subito le torce: è buio fondo, sembra notte. L’ingresso della grotta è uno stretto camino verticale lungo più di tre metri. Lo osservo e noto che è abbastanza largo per far passare un uomo e la sua attrezzatura. Mi rivolgo alla guida e faccio cenno che son pronto a scendere; un giovane compagno mi imita. Gli altri fanno ampi gesti di diniego.

Nicola, la guida, ci fa segno di attendere e poi accompagna gli altri, in basso, all’uscita della grotta.

Dopo qualche minuto risale e ci infiliamo nel camino: per primo la guida, poi il giovane, ultimo io.

Non ho problemi, trovo anzi che sia divertente.

La grotta, alla luce della torcia, sembra profonda e alta circa due metri.

Davanti a me i miei due compagni si sono fermati. Non li vedo, ma le luci delle loro torce sono immobili.

Il tempo sembra non passare mai.

Mi giro attorno e, all’improvviso, nel fascio di luce della torcia compare al mio fianco la figura eretta di un sub che tocca con la testa la volta della grotta e, pinneggiando contro il fondale, solleva una nuvolaglia di fanghiglia. In breve non vedo più nulla, nemmeno il maledetto che continua a sollevare melma. In fondo alla grotta intravedo appena un caleidoscopio di luci.

Siamo scesi in tre; che ci fa qui questo intruso? E gli altri perché stanno fermi?

Comincia allora, subdola, a montare l’ansia, e l’ansia genera affanno, e l’affanno sott’acqua aumenta a dismisura il consumo dell’aria della bombola.

– Calmati!

Decido d’impulso di tornare indietro e di riguadagnare l’uscita da dove sono entrato. Ma il fango misto a sabbia è divenuto una cortina impenetrabile alla vista. Come un cieco vado urtando contro le rocce delle pareti e della volta senza riuscire a trovare il camino da cui sono entrato.

Mi rigiro di nuovo. Pian piano la fanghiglia si va diradando: ora ci vedo un po’.

Il cono di luce della mia lampada illumina una grotta… vuota.

Non c’è più nessuno.

– Non farti prendere dal panico, cerca di rimanere calmo! Non vorrai consumare in un quarto d’ora tutta l’aria che ti rimane. Respira con un ritmo lento e datti da fare! Ora che cominci a vedere cerca con calma l’uscita.

Faccio tutto il perimetro della grotta e alla fine, più o meno all’altezza del punto da dove sono partito, la mia torcia illumina sulla parete un’apertura di un metro e mezzo. Mi ci infilo ed esco fuori.

Sono solo, il mare è buio, ma in un empito di gioia mi sembra di vedere solo luce; e nelle orecchie mi risuona l’ultimo verso dell’Inferno dantesco:

E quindi uscimmo a riveder le stelle

Ora che sono scampato all’ennesimo pericolo sono felice, ma anche furibondo per l’imperizia della guida.

Pinneggio a venti metri di profondità cercando di ritrovare gli altri sommozzatori.

Dopo dieci minuti li incontro mentre stanno facendo, contro una scogliera, una breve sosta di decompressione prima di riemergere.

Nicola, la guida, mi fissa sbalordito attraverso la maschera e mi fa ampi gesti di seguirlo.

La sera a cena mi confessa:

– Sono entrato con due clienti e sono uscito con due. Non immaginavo che quel tipo, che doveva aspettarci all’uscita, si fosse ficcato dentro.         

bucano gli occhi

il buio

alla ricerca di un segno

anche se non ha confini

certo

l’invisibile ha un centro

    

 

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