IL TEMPO DELLA MEMORIA terza parte
Continuo a scrivere per inerzia. Spero sempre di trovare, rovistando nel passato, qualche elemento che illumini la zona ancora buia della mia memoria.
Dove ero rimasto? Ah sì, ai tempi dell’università, al Pontano Conocchia e ai molto reverendi padri gesuiti.
Mi laureai a ventitré anni col massimo dei voti, ma non ebbi la lode, nonostante ne avessi i titoli, perché quel giorno c’erano troppi figli e parenti di cattedratici e non si poteva esagerare con le lodi. Anch’io ero nipote di un cattedratico importante, ma zio Nardo era una persona seria. Avevo preparato la tesi nel suo Istituto e, correttamente, non volle farmi da relatore. Mandò il suo aiuto e non parlò a nessuno della nostra parentela. Era il fratello di mia madre e non avevamo quindi lo stesso cognome.
Sono stato sempre molto orgoglioso di lui e della mia laurea.
Senza lode, ma anche senza infamia.
Tornai a Pescara e, in attesa di poter entrare come assistente volontario nel reparto di medicina dell’ospedale civile, feci pratica per dieci mesi nel Dispensario dermoceltico del Comune, diretto da un altro fratello di mia madre, zio Goffredo.
Conobbi così tutte le prostitute della mia città che venivano al mattino, con la regolarità prescritta dalla legge, a farsi prelevare il sangue per la Wassermann e per eseguire un tampone vaginale. La blenorragia e la sifilide erano le malattie veneree più temute allora. L’AIDS non esisteva e di Herpes, Candida, Papoa virus non si parlava ancora.
Quelle povere donne non avevano nulla di provocante. Arrivavano, rassegnate e senza trucco, con la loro tessera sanitaria da vidimare e mi lasciavano sempre in regalo un pacchetto di sigarette.
Io non fumavo e le riportavo alla mia ragazza.
A ottobre finalmente entrai in ospedale.
Il reparto di medicina era diretto da un uomo paranoico e completamente fuori di testa. Odiava il mondo accademico che non gli aveva permesso una carriera universitaria e non sopportava le donne. La sua misoginia era proverbiale e a volte umoristica.
Aveva proibito l’uso del reggiseno alle ammalate e per questo motivo la caposala, una suora arcigna e baffuta, teneva sempre a portata di mano un paio di forbici durante la visita in corsia. Quando, nell’apprestarsi ad auscultare un torace, il primario scopriva una poveraccia, ignara, che indossava l’indumento incriminato, si rivolgeva con un ghigno alla suora e… ZAC, le tette della malcapitata crollavano di colpo.
Aveva molte fissazioni.
In quegli anni tanti emigrati in America erano tornati a passare in Italia gli ultimi anni di vita. Per il primario erano tutti sifilitici; li chiamava “i Crociati” per via delle croci che indicavano sui referti la positività della Wassermann. Questa sua mania non era supportata dalla realtà: quei poveretti, nella stragrande maggioranza, avevano tutto tranne la sifilide.
Un mattino, dopo aver palpato l’addome di un italo-americano peloso come una scimmia, invitò tutti gli assistenti, che lo seguivano deferenti, a palpare il fegato a loro volta.
– Un chiaro caso di fegato bernoccoluto luetico; sentite come si apprezzano sotto le dita i noduli, le gomme sifilitiche.
Tutti sfilarono compunti, palparono e annuirono gravemente.
Io che ero il più giovane fui l’ultimo e rimasi sbalordito dal risultato della mia palpazione.
Confesso che, in tutti i miei tentativi, non ero ancora riuscito ad apprezzare la consistenza di un bordo epatico e ora sentivo i bernoccoli descritti dal “Maestro” come se fossero davvero sotto le mie dita.
Troppo evidenti per la mia scarsa capacità percettiva.
Aspettai che il codazzo di camici bianchi si allontanasse e, dopo essermi girato attorno con cautela, mi tuffai a capofitto, soffiando con forza, in mezzo al fitto vello addominale.
Come le spighe di un campo di grano si agitano e si inclinano sotto la sferza di un vento impetuoso, così i peli si arruffarono e piegandosi mostrarono sulla pelle, al di sotto dell’arcata costale, le brune salienze di un enorme neo, lui sì bernoccoluto, che adornava tutto l’ipocondrio destro del “Crociato”.
Le visite del “Maestro” erano frettolose e raramente ci faceva partecipi di quello che aveva scoperto.
Io avevo imparato ad anticipare le sue manie e, cinicamente, ne approfittavo.
All’epoca si utilizzava ancora lo stetoscopio, un buffo ma efficientissimo arnese di legno, poi sostituito dal moderno fonendoscopio.
Se il “Maestro” lo appoggiava sulla colonna vertebrale, in un punto al confine tra il collo e il dorso, e ci invitava ad ascoltare, sapevo già cosa rispondere, con la migliore faccia di bronzo, quando arrivava il mio turno.
– Ma è chiaro professore, si sente benissimo un respiro laringo-tracheale trasmesso.
– Bravo, scuola napoletana!
I miei colleghi diventavano lividi per la rabbia e con ragione. Ancora oggi non so il significato e l’importanza del respiro laringo-tracheale trasmesso, ma tant’è, se vuoi sopravvivere con uno psicotico al potere, qualche volta lo devi assecondare.
Un giorno mi chiamò nel suo studio per assisterlo mentre faceva uno pneumotorace. Ficcò l’ago in uno spazio intercostale e mi invitò a pompare.
A ogni immissione di aria la vittima diveniva cianotica e soffiava. Ci volle tutta la mia cautela per farglielo notare.
Invece che nel cavo pleurico aveva infilato l’ago in una qualche diramazione bronchiale.
Quando gli comunicai la mia intenzione di sposarmi, mi guardò con disprezzo e, prima di voltarmi le spalle, sibilò:
– La donna è un animale che si prepara tutta la vita per un concorso: il matrimonio. Appena lo vince si mette in pensione.
In quegli anni il potere esercitato dalla gerarchia ecclesiastica era grande a tutti i livelli. Le monache erano la longa manus del professore e, come gendarmi, controllavano tutti i medici e in particolare noi poveri volontari. A Pasqua chi non si presentava alla messa con relativa comunione, il cosiddetto precetto pasquale, veniva schedato come sovversivo.
Nella stessa giornata c’era poi la visita del vescovo in reparto.
Io avevo aderito, assieme a due colleghi poco più anziani dello stesso reparto, a un movimento politico laico di sinistra. Decidemmo che non ci saremmo piegati al rito del baciamano con relativa genuflessione.
Ora sorrido al pensiero che a quei tempi questa nostra decisione era da considerarsi un coraggioso atto di ribellione all’autorità.
Mi ritrovai schierato, quel mattino, solo contestatore in una lunga fila di medici passata in rassegna da Sua Eminenza.
I miei due amici si erano ammalati.
Uno davvero.
Alla prova del fuoco insomma, solo, con il cuore che batteva all’impazzata e la camicia, zuppa di sudore, incollata al petto e alla schiena.
Mentre nella testa mi ronzava il dilemma – bacio l’anello, no non lo bacio, sì lo bacio, chi me lo fa fare – mi sorpresi, alla fine di una serie innumerevole di genuflessioni, impalato come un salame a stringere vigorosamente la mano del presule. Questi si fermò di botto, mi sorrise con bonomia e – chi sei, come ti chiami? – alla fine fui l’unico ad avere una breve conversazione col vescovo che si rivelò, con mia grande sorpresa, una persona tollerante.
Intollerante era invece la cultura al potere e devo dire che, nonostante i tempi siano oggi cambiati, la tolleranza continua a essere una virtù molto poco praticata.





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