Il tempo della memoria
È duro confrontarsi con la propria storia e con il modo in cui questa si è intrecciata con quella del proprio tempo. È duro soprattutto ritrovarsi al capolinea a fare di conto con i ricordi e i rimorsi che, come scriveva Cesare Pavese, sono i veri acciacchi dell’età. Ma se è vero che nel passato ci sono tutte le risposte per il futuro, se anche la piccola storia di un uomo può contribuire alla costruzione di una memoria collettiva, forse ha un senso scavare nel proprio passato, ripercorrere le tappe di un’esistenza, cercare di ridar vita ad atmosfere perdute.
Riavvolgo allora il film della mia vita e poi premo emozionato il tasto play.
Compaiono per prime le immagini sbiadite in bianco e nero di un bimbetto di due anni che, in piedi sulla panchina dei giardini dell’Aquila, ostenta saccente il suo incerto eloquio; e poi quelle dello stesso che, incespicando nel selciato sconnesso di via della Mezzaluna, rientra nella vecchia casa dei nonni strepitando nella sua prima trombetta di latta.
Le immagini si susseguono saltellanti e sfocate: le ghette grigie del signor Primiano Giustiniani, e poi un bimbo di quattro anni che, per le vie di Vasto con in testa il cappello di papà e in mano il suo bastone, fugge da casa e dall’incubo della vaccinazione antivaiolosa. E che dire della meraviglia per il telefono, quella stranissima cassetta di legno sul muro con una bocca spalancata, nera di bachelite e con un orecchio pendulo su un lato, la cornetta, da cui ascoltavo affascinato voci lontane. Ancora mi risuona nelle orecchie il drinn… improvviso emesso dalla campanella metallica che civettuola spuntava in cima alla cassetta. E viva è ancora la memoria olfattiva delle lenzuola arroventate dal prete, una strana intelaiatura di legno che reggeva uno scaldino pieno di brace e che mamma mi infilava nel letto la sera prima di coricarmi. Papà era impiegato nell’Unione Esercizi Elettrici e aveva trasformato la nostra casa in un’avveniristica magione: il prete era diventato elettrico, al posto della tradizionale cucina “economica”, a legna e carbone, avevamo forno e fornelli elettrici, così come elettriche erano le stufe ed elettrico lo scaldabagno, un tubo di acciaio con uno strano ricciolo alla base, che si immergeva nella vasca piena d’acqua prima del bagno settimanale. Il bagno: un supplizio ricorrente per via della maglia pulita di ruvida lana di pecora, da indossare a pelle appena asciutta e che per almeno ventiquattro ore mi scatenava un irrefrenabile pizzicore.
Le immagini saltano da Vasto (così gli abitanti si ostinavano a chiamare la cittadina nonostante il Regime l’avesse ribattezzata “Istonio”) a Pescara.
Mi ritrovo catapultato, nel primo giorno di asilo in via Palermo, di fronte alla visione piangente di un bambino con i capelli neri tagliati alla paggio, che si dispera mentre ai suoi piedi, pian piano, si allarga inesorabile una liquida, maleodorante chiazza di cacca. È questo il primo ricordo di Antonio, al quale poi sarei stato sempre vicino come compagno di banco fino alla maturità classica e con il quale condivido ancor oggi la professione medica.
È incredibile come le emozioni possano attraversare sotterranee il tempo per riaffiorare poi all’improvviso. Mi serra in questo momento lo stomaco la stessa ansia di allora, di quel giorno in cui varcai la soglia della scuola di via Roma per la prova di ammissione alle elementari, da privatista perché non avevo l’età. E ancora risento vivo quel senso misto di turbamento e di vergogna che provavo nell’accorgermi dei mutamenti prodotti nel mio corpo dai giochi ingenuamente lascivi con una bimba mia coetanea che abitava nello stesso caseggiato.
Il regime fascista governava il Paese che viveva un’apparente, ai miei occhi, normalità. Papà indossava il sabato e durante le feste nazionali la camicia nera; io andavo alle adunate dei balilla ogni sabato pomeriggio: Il sabato fascista, questo era allora il nome del sesto giorno della settimana. Crescendo mi ero trasformato da “figlio della lupa” in balilla e in seguito superai anche l’esame da caposquadra balilla moschettiere. In verità nella prova orale non mi ricordai la data della costituzione del “primo fascio di combattimento” né, orrore, quella della “marcia su Roma”, ma avevo tra gli esaminatori uno zio gerarca, Tonino, e si sorvolò anche sul fatto che nella prova pratica il plotone che comandavo aveva sconfinato dalla zona in cui doveva marciare, all’interno del cortile della G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio), andando a scontrarsi con un’altra squadra.
Il pomeriggio del sabato fascista era tutto sommato un bel momento di aggregazione. Con i nostri piccoli moschetti, perfetta imitazione di quelli autentici dei soldati, ci esibivamo in marziali sfilate sotto il comando di un “giovane fascista” in divisa nera che, stentoreo, ritmava: un due, un due, passoo… passoo… cadenza! Poi intonavamo Giovinezza e con l’entrata in guerra imparammo tante canzoni che avrebbero dovuto risvegliare lo spirito guerriero degli italiani. I canti in verità erano belli e molti me li ritrovo ancora a canticchiare: L’inno dei sommergibilisti, La leggenda di Giarabub, Caro papà. Camerata Richard, Vincere. A proposito di quest’ultima canzone era divenuto quasi un obbligo, quando si scriveva una lettera o un tema, iniziare con la parola Vincere e finire con e vinceremo. Per strada poi era tutto un battere di tacchi e un alzare il braccio destro nel saluto romano quando ci s’incontrava. E questo valeva per i piccoli e per i grandi. Ascoltavo sottili disquisizioni tra gli adulti circa le modalità con cui battere i tacchi, gesto che secondo alcuni andava eseguito solo da fermi e mai mentre si camminava. Questo vivere marziale mi piaceva e non capivo perché papà si rabbuiasse ascoltando alla radio i bollettini di guerra che io non comprendevo ma che erano letti sempre con voce trituonante.
La scuola elementare che frequentavo in Corso Vittorio Emanuele era a due isolati dalla mia casa.
All’inizio dell’anno scolastico il maestro, con un sottile sadismo, chiedeva:
Chi ha il papà falegname?
Al figlio del Geppetto di turno veniva affibbiata la triste incombenza di procurarsi una solida bacchetta di legno, lo strumento di tortura del quale tutti, prima o poi, avremmo saggiato la durezza sulla palma aperta e tesa della mano tremante.
In quinta elementare si erano formate in classe due bande: quella della Marina e quella dell’Aviazione. Io comandavo quella dell’Aviazione che purtroppo contava solo su due adepti oltre me. Il resto della classe parteggiava molto opportunamente per la Marina, visto che nella nostra scuola erano preponderanti per numero i figli dei pescatori, tutti lesti a menar di mano.
Al suono della campanella Antonio, uno dei due miei correligionari, se la svignava alla chetichella approfittando del fatto che abitava nel palazzo di fronte mentre io ed Emilio Renzetti ci prendevamo ogni giorno una bella dose di calci e cartellate.
Ci sfogavamo cantando, da lontano:
“Della Marina ce ne freghiamo
perché dall’alto la bombardiamo;
e gira, gira l’elica, romba il motor,
questa è la bella vita, la vita bella dell’aviator.”
Un pomeriggio, al ritorno da un’esercitazione al campo Rampigna in preparazione dei “Ludi Juvenili”, ci ritrovammo soli, io ed Emilio, con due nostri avversari della Marina. Ne uscì fuori una bella scazzottata che, grazie all’inconsueta situazione numerica di parità, ci vide vincitori.
Il mattino seguente la mamma di uno degli sconfitti, Giustino, che aveva il mio stesso cognome e per di più abitava nel mio stesso palazzo, venne a protestare con il maestro. Fummo sospesi dalle lezioni, Emilio per un giorno, io per tre.
Il maestro Ettore Stella, che ci aveva giudicato senza prove e per un fatto accaduto fuori dalla scuola, mi rimandò a casa accompagnato da un suo biglietto da visita che, in perfetto stile fascista, recitava:
“Sospendo per tre giorni dalle lezioni l’alunno Luciano De Angelis per aver promosso e capeggiato un’azione punitiva contro un compagno”.
Mia madre strepitò; mio padre ascoltò le mie spiegazioni e non mi disse nulla. Non mi rimproverò ma incorniciò il biglietto del maestro e me lo appese su una parete della mia cameretta. Di nascosto ascoltai poi una sua accesa discussione telefonica con il signor Renzetti che evidentemente mi attribuiva la responsabilità della sospensione del figlio.
Erano quelli anni di grandi restrizioni: le case erano gelide, le scarpe spesso sfondate e gli abiti sdruciti e rattoppati. Non parliamo poi del cibo: anche il pane era razionato e si mangiava pasta e patate un giorno e patate e pasta l’altro. Tuttavia devo confessare di non ricordare grandi sofferenze né per il freddo (adesso che ci ripenso avevo i geloni ma non ci facevo caso) né per la fame. Alla luce degli agi in cui si vive oggi mi sembra inconcepibile aver potuto sopportare tanti disagi, e pure di quegli anni mi rimangono solo ricordi lieti. Anche di quel giorno a scuola in cui… ma andiamo con ordine.
In quegli anni tutto era razionato, anche l’inchiostro. In ogni banco c’erano infissi due calamai, uno per alunno, ma per risparmiare ne veniva riempito d’inchiostro solo uno, quello al centro, e non in tutti i banchi: uno sì, uno no. Il mio era sprovvisto d’inchiostro, per cui dovevo intingere il pennino, a turno con Antonio che mi sedeva vicino, nel calamaio del banco dietro al nostro. Mentre mi rigiravo dopo aver bagnato la penna mi ritrovai infisso in un occhio il pennino di Antonio che si stava voltando per intingerlo.
La penna ballonzolava appesa alla mia palpebra e la scena ora mi torna alla mente solo per i suoi risvolti comici. Allora il maestro Stella si spaventò terribilmente e mi fece accompagnare di corsa dalla bidella nello studio di un oculista nel palazzo di fronte. Quando tornai con un occhio bendato (la penna aveva leso solo la palpebra inferiore) la bidella fu spedita ad avvertire mia madre. Malauguratamente al primo piano di casa mia abitava l’altra famiglia De Angelis (io vivevo al terzo piano) e per errore fu avvertita la madre di Giustino, proprio quella che aveva provocato la mia sospensione. Arrivò starnazzando in classe e, quando si accorse che l’occhio bendato era il mio, alzò le braccia al cielo gridando:
Meno male, meno male!
Il regno di noi ragazzi erano gli sterminati campi dietro casa e le stradine dove il passaggio di un’auto era un avvenimento.
Via Ancona, dove abitava Antonio, era il ritrovo preferito dalle ragazzine per il gioco della campana. Andavano saltellando al centro della strada tra le righe della “campana”, mentre trasportavano su un piede un sassolino da depositare negli appositi scompartimenti disegnati col gesso sul suolo. Oggi la stessa via è un orrido cunicolo a senso unico nel quale il traffico procede a stento nella strettoia lasciata libera dalle auto parcheggiate senza interruzione sui due lati.
Con la guerra cominciarono gli allarmi notturni.
Al suono delle sirene si balzava dal letto e, dopo essersi vestiti in fretta e furia, ci si ritrovava all’aperto tutti insieme con i vicini.
Le autorità avevano dato ordine alla popolazione di rifugiarsi, in caso di allarme, nelle cantine o negli androni delle scale.
Papà era certo che, se avessimo obbedito a quest’ordine, avremmo fatto, in caso di crollo dell’edificio, la fine dei topi. Convinse perciò gli altri condomini a scavare in giardino una profonda e larga buca all’interno della quale ci precipitavamo tutti, quasi ogni notte. Per noi ragazzi era uno spasso: inconsapevoli del pericolo vivevamo quelle notti fantasticando avventure irreali, evocate dalle luci dei riflettori che esploravano il cielo in cerca di aerei. Il rombo dei motori nemici, rompendo il silenzio vigile della città, ci procurava sottili brividi riflessi dagli sguardi corrucciati degli adulti. Il rombo si allontanava poi lentamente accompagnato dalla sensazione liberatoria prodotta dall’improvvisa consapevolezza che il carico mortale degli aerei aveva un’altra destinazione.
Un giorno poi, il 14 settembre del 1943, sei giorni dopo l’armistizio, quando ci ritenevamo sicuri perché credevamo la guerra finita, gli aerei arrivarono davvero.
Le sirene quel giorno non suonarono e improvvisi, senza alcun preallarme, i “Liberator”, le cosiddette “Fortezze volanti”, comparvero verso l’ora di pranzo, a bassa quota sopra i tetti della città.
Così iniziò il bombardamento della mia città. Fu una strage: in quella tragica giornata di settembre oltre duemila pescaresi persero la vita.
Ancora provo vivo il ricordo del mio corpo, disteso sulla terra del giardino, che sussultava a ogni scoppio, ancora mi risuonano nelle orecchie le grida della gente, i lamenti di mio fratello, il pianto di mia madre
Nelle ore successive iniziò l’esodo collettivo della popolazione, lo sfollamento, la fuga dalla guerra e dal terrore, una fuga che per una drammatica combinazione in Abruzzo coincise con altre solo storicamente più importanti. Quattro giorni prima, il 10 settembre, il Re, passando per Pescara era scappato ignominiosamente da Ortona; due giorni prima il 12, Benito Mussolini era fuggito dalla sua prigione sul Gran Sasso, liberato da un commando tedesco.
Trascorsi i dieci mesi successivi a Scoppito, un paesino vicino l’Aquila, a casa di parenti presso i quali mi ero rifugiato assieme a mia madre e a mio fratello. Mio padre ci accompagnò e poi tornò al suo lavoro. Il suo senso del dovere era più forte delle ansie e dei timori per la lontananza dagli affetti.
Le vicende di quell’anno terribile le ho già raccontate assieme alle avventure dei “fratelli della morte”, la società segreta creata con un mio cugino per combattere gli invasori tedeschi. Compivamo piccole azioni di sabotaggio: rubammo la biancheria dei soldati tedeschi, stesa ad asciugare, un’altra volta la ruota di scorta di una loro camionetta. Riuscii a sgraffignare perfino una pistola Luger da un camion incustodito delle SS, venute ad arrestare mio zio Iniseo. Lo zio era stato un fascista della prima ora, Sciarpa littorio, Seniores della Milizia e Podestà di Scoppito. Col tempo era molto cambiato e, nel tentativo di riabilitarsi, offrì rifugio a fuggiaschi di ogni genere. Mentre nascondeva in cantina due paracadutisti americani arrivò perfino a ospitare a pranzo il comandante della guarnigione tedesca che aveva requisito alcuni suoi capannoni vicino casa.
Quell’anno particolare segnò profondamente la mia vita e fece conoscere al bambino di allora gli orrori di cui gli uomini possono macchiarsi ma anche gli esempi più belli di altruismo e di solidarietà mostrati dalla nostra gente in un’epoca in cui, per l’assenza dello Stato, le grandi decisioni erano affidate solo alla generosità e al coraggio dei singoli. Quel bambino di undici anni che voleva combattere l’invasore, nella sua ingenuità riusciva tuttavia a cogliere, sia pure in maniera confusa, la differenza tra i singoli soldati tedeschi, conosciuti nella loro individualità e umanità, e l’odiosa macchina da guerra nazista.
Le vicende di quell’anno “particolare” che va dal settembre 1943 all’estate del 1944 ci resero tutti più forti e responsabili.
Eravamo, grandi e piccoli, divenuti finalmente consapevoli del valore della libertà conquistata anche col sangue di tanti coraggiosi. La miseria e il continuo pericolo ci avevano fatto riscoprire istintivamente gli umani sentimenti della fratellanza e della solidarietà, e sognare un mondo nel quale fosse bandita l‘espressione latina homo homini lupus.
Chi come me ha vissuto quelle vicissitudini sente forte il dovere di trasmetterne la memoria perché la storia si ripete e il nostro dramma di allora è assimilabile a quello dei tanti che oggi, a rischio della vita, fuggono da guerre e persecuzioni.
A loro dobbiamo la stessa solidarietà disinteressata che ci fu offerta allora.





Un racconto che rivela la sensibilità dello scrittore e la capacità di trasferire ai lettori sentimenti e valori che nascono in un adolescente attento osservatore e lo trasformano in un uomo di grande spessore interiore
Cara Tiziana, grazie per l’apprezzamento. Mi fa sempre molto piacere risentirti. A presto.
Luciano