LA POPUL-DEMOCRAZIA ITALIANA

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Il risultato delle ultime elezioni ci riconsegna un Paese trasformato in una popul-democrazia. La cocente sconfitta di Forza Italia e del PD sono l’espressione dell’incapacità di Berlusconi – in tanti anni di governo – di costruire una destra moderna e democratica (Merkel docet) e specularmente dell’insufficienza renziana a ergersi a condottiero del popolo dei diseredati e a rappresentarne gli interessi. Ambedue si sono trincerati, assieme ai loro cerchi magici, nelle torri d’avorio dei loro interessi. Renzi, espressione di un potere chiuso e autoreferenziale, ha saputo declinare, in un delirio di onnipotenza, solo il pronome IO mentre la buona politica dovrebbe sempre fare riferimento a un NOI collettivo. Il PD ha perso inoltre il rapporto con la base e con il territorio. I suoi leader non sono più scesi tra il loro popolo e nei circoli, reale luogo di aggregazione, che ora stanno di conseguenza progressivamente chiudendo.

Berlusconi, entrato in politica per salvaguardare i suoi interessi personali, è divenuto il pifferaio magico capace di abbindolare per decenni milioni di italiani pronti a credere a promesse mirabolanti, reiterate e mai mantenute. Sotto i suoi governi i ricchi sono divenuti più ricchi e i poveri più poveri.

E adesso? Ci ritroviamo con un Paese senza identità e senza memoria, spaccato in due e dominato dalle paure stimolate e amplificate dai tanti untori in circolazione.

Da una parte un Nord economicamente autosufficiente ed egoista, affascinato dal paradigma salviniano della riduzione del carico fiscale (flat tax), dal richiamo continuo al pericolo terrorista prodotto dall’immigrazione (ma l’Italia è uno dei pochi Paesi che non ha conosciuto ancora il terrorismo islamico) e dalla necessità dell’autodifesa in nome della sicurezza (ma l’Italia è uno dei Paesi europei che ha visto scendere di più negli ultimi anni il numero degli omicidi e delle rapine; nel 2017 sono calati del dieci per cento anche i furti in casa).

Dall’altra parte il Sud, sempre più impoverito dalle disuguaglianze (che la sinistra, troppo subalterna al neoliberismo, non ha saputo combattere), si ribella in cerca di un cambiamento radicale affidandosi fideisticamente al pentastellato nuovo che avanza con la promessa di un improbabile reddito di cittadinanza per tutti.

La storia purtroppo ci insegna che tutto deve cambiare perché tutto resti come prima (dal Gattopardo).

Il vero antidoto alle disuguaglianze è la ridistribuzione della ricchezza, che non si ottiene con tasse basse per tutti, ma con una lotta efficace all’evasione e con una reale progressività – dettata dalla Costituzione – delle imposte. Bisogna ricercare formule non astratte per creare nuovi posti di lavoro.

Voglio qui ricordare che l’Italia è ancora l’ottava potenza economica del mondo con un PIL pro capite di circa 30.000 euro (oltre 40.000 euro nel Nord, meno di 20.000 euro nel Sud) mentre il PIL pro capite della Cina è di 15.000 euro e quello del terzo mondo oscilla tra i 1.000 e i 3.000 euro.

Da tempo immemorabile e a corrente alternata, sulla carta stampata e nei dibattiti televisivi, non si fa altro che discutere di costo del lavoro, disoccupazione, detassazione e decontribuzione. Una giungla di contraddizioni nella quale noi comuni cittadini – gli economisti e i politici non fanno purtroppo eccezione – ci smarriamo inevitabilmente.

Non ho la presunzione di ergermi a esperto di economia ma – sarò stato distratto – ho sentito parlare poco di cuneo fiscale.

ll cuneo fiscale è un indicatore percentuale dell’incidenza, sul costo complessivo del lavoro, di tutte le imposte (dirette, indirette – Iva, accise,  imposte di registro, ecc. – nonché i contributi previdenziali) che gravano sulle imprese e sui lavoratori. In parole povere è la differenza tra quanto un dipendente costa all’azienda (stipendio lordo) e quanto lo stesso dipendente incassa, netto, in busta paga. L’ampiezza del cuneo fiscale è la somma tra le trattenute al lavoratore e gli oneri a carico dell’azienda  nonché le imposte a carico del lavoratore.

Secondo i dati 2011 e 2012 diffusi dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), per ogni 100 euro di retribuzione lorda  un’azienda italiana ne versava in quegli anni 32 sotto forma di tasse e contributi mentre il lavoratore riceveva 68 euro di retribuzione netta.  Nel 2015 il rapporto “Taxing Wages”, che analizza il livello e la dinamica del carico fiscale sul lavoro dipendente nei Paesi Membri dell’OCSE, ci chiarisce che la zavorra del cuneo fiscale italiano è  cresciuta ininterrottamente dal 2011 sia per le famiglie sia per i single, e che il nostro Paese si piazzava – nel 2015 – ai primi posti della classifica dei paesi OCSE per il peso del fisco sui salari. Negli ultimi due anni le cose sono ulteriormente peggiorate. È salito ancora il peso del cuneo fiscale: oggi in Italia su 100 euro di costo del lavoro 49 (rispetto ai 32 del 2011) se ne vanno in tasse e contributi. Il cuneo fiscale in Italia (quel 49%) è divenuto così di ben 10 punti più alto rispetto alla media europea. L’Italia si colloca oggi al livello dell’Ungheria e supera la Francia (48,5%), mentre la media Ocse è distante al 35,9%. E’ quanto sostiene la Corte dei Conti nel suo Rapporto 2017 sul coordinamento della finanza pubblica. Secondo i magistrati contabili, il cuneo fiscale, riferito alla situazione media di un dipendente dell’industria, colloca al livello più alto il differenziale fra il costo del lavoro a carico dell’imprenditore e il reddito netto che rimane in busta paga al lavoratore: il 49% prelevato a titolo di contributi (su entrambi) e di imposte (a carico del lavoratore).

Che fare a questo punto per bloccare la salita del cuneo, in attesa che si realizzi il sogno utopico di una rivoluzione culturale che permetta di coniugare sostenibilità economica con quella che l’economista e filosofo Serge Latouche definisce una decrescita economica “felice”? Oggi purtroppo noi tutti – governanti, politici, individui – siamo accecati dall’indifferenza e dall’egoismo mentre per arrestare l’attuale decrescita “infelice” servirebbero coesione e solidarietà necessarie per inventarsi qualcosa di nuovo, e con urgenza, al fine di ridurre la pressione fiscale sulle aziende, favorendo così l’aumento dei salari netti, tra i più bassi nell’Europa dei grandi Paesi.

L’economista Francesco Daveri (Lavoce.it) ci spiega che le imprese dei paesi concorrenti hanno una produttività per occupato maggiore, rispetto all’Italia, del 25-30%. La priorità quindi è quella di favorire una maggiore produttività delle nostre aziende tenendo presente che questo obiettivo non sarà raggiungibile fino a quando, sul bilancio di un’impresa media italiana, tasse e contributi peseranno per il 64,8%: 25 punti sopra la media europea. Le politiche retributive sono un potente strumento per far crescere la produttività, tanto più efficaci quanto maggiore è l’aumento che i lavoratori si ritrovano in busta paga sotto forma di reddito disponibile. Poter utilizzare questo strumento in presenza di minori costi assicurerebbe un notevole vantaggio competitivo. Inoltre più reddito a disposizione significa anche maggiori consumi, con ulteriori ricadute positive per il sistema economico. Il grande problema rimane sempre quello della copertura finanziaria. Un cane che si morde la coda e che rimanda la politica, intrappolata in sterili risse, a difficili e sofferte riforme, possibili solo se tutte le forze politiche fossero disposte a confrontarsi nella programmazione unitaria di una grande trasformazione del mercato del lavoro. Per raggiungere questo obiettivo è necessario però, nel Parlamento, uno spirito di grande coesione nazionale. E purtroppo all’orizzonte non si vede nessuno capace di superare il proprio ego e gli interessi di parte per unire invece di dividere.

Oggi più che mai dobbiamo fare riferimento al monito di Aldo Moro: “Escludere cose mediocri per fare spazio a cose grandi”.

 

 

 

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