La Resistenza tra storia, mito e revisionismo

Ho pubblicato sette giorni fa uno scritto dal titolo “L’orologio della memoria segna ancora la stessa ora”; l’articolo voleva essere un grido di dolore contro le guerre, tutte le guerre, e dimostrare che non ci sono buoni e cattivi, ma che in certi frangenti tutti gli uomini diventano peggiori delle belve feroci che almeno uccidono per sopravvivere.

Un “signore”, di cui non cito il nome perché facilmente identificabile tra quelli  che hanno commentato quel mio  pezzo, mi ha chiamato con disprezzo “Caro compagno“ (per lui è assiomatico: antifascista = comunista) e dopo avermi definito “fazioso“ si è dilungato in una filippica contro i partigiani comunisti. Il “signore” in questione ha anche postato sulla mia pagina questa immagine, spacciandola per “italiani trucidati dai partigiani”.

Massacro di Katyn

La foto in realtà si riferisce al “Massacro di Katyń“, l’esecuzione di massa di soldati e civili polacchi, avvenuta durante la seconda guerra mondiale ad opera dell’NKVD sovietica. L’immagine è poi improvvisamente scomparsi dalla pagina, quando ho additato il “signore” in questione al pubblico ludibrio come volgare divulgatore di fandonie. A dimostrazione dell’incapacità, propria dei propalatori di odio, di avere il coraggio delle proprie azioni.

Questa mediocre diatriba mi offre l’occasione di tornare a parlare ancora una volta di Resistenza. Perché parlarne proprio oggi? Perché il tempo ha cancellato la memoria delle tragedie e in Italia e nel mondo assistiamo alla progressiva avanzata di un nuovo fascismo; una “cultura” capace solo di arroganza, di violenza verbale e fisica; di negazione soprattutto dei valori rappresentati dalla Resistenza. Un approfondimento di quella vicenda storica e una riflessione su come gli italiani seppero reagire positivamente – in quei giorni drammatici – al disfacimento dello Stato dovrebbero indurci a superare la diffusa paura e negazione “dell’altro” (di chi è “diverso” per credo, cultura, ideali e per colore della pelle) e a prendere finalmente coscienza delle comuni radici che ci uniscono.   
Quelli della mia generazione che come me hanno sofferto i giorni dei bombardamenti e dello sfollamento e hanno subito le violenze e le repressioni nazi-fasciste, sono cresciuti credendo con fermezza a una Resistenza nazional-popolare intesa come un’epopea che ha ridato al Paese dignità e libertà. E questa idea è rimasta anche se ognuno, maturando con gli anni, ha fatto la sua particolare rivisitazione di quel periodo storico e, al di là dell’oleografia ufficiale, ha compreso le contraddizioni e le contrapposizioni degli uomini che hanno fatto la Resistenza, l’ostilità reciproca tra i diversi gruppi partigiani spesso ideologicamente divisi ma uniti tutti da un unico fine: sconfiggere il fascismo e riconquistare un Paese libero. Oggi che i protagonisti della Resistenza sono per lo più scomparsi, dobbiamo far tesoro delle loro memorie perché le storie dei singoli contribuiscono a creare la Storia di un Paese. In questo senso è importante come testimonianza una rilettura di tutta la letteratura resistenziale fiorita dal dopoguerra a oggi, una produzione che va da “I sentieri dei nidi di ragno” di Italo Calvino a “La fine di una stagione” di Roberto Vivarelli, romanzi nei quali gli autori rievocano le loro esperienze adolescenziali di partigiano e di “ragazzo di Salò”. Una letteratura che trova, a mio avviso, il suo punto più alto nel bellissimo libro autobiografico di Beppe Fenoglio, “Il partigiano Johnny”, il più epico e nello stesso tempo antiretorico romanzo sulla Resistenza, emblematico della contrapposizione tra brigate rosse e azzurre. Molto più di recente lo storico pescarese Marco Patricelli ha narrato, nel libro “I banditi della libertà”, la storia della brigata Maiella, mentre Giampaolo Pansa ha fatto, nel suo “Il sangue dei vinti”, un attento computo delle oltre 20.000 esecuzioni di fascisti, avvenute a guerra finita in molte province dell’Italia del Nord tra il 25 aprile 1945 e la fine del ’46; esecuzioni compiute su ordine di tribunali di guerra ma troppo spesso anche per fanatismo politico o peggio ancora per vendetta personale. “Il sangue dei vinti” ha provocato alla sua uscita vivaci polemiche per le accuse a Pansa di aver utilizzato prevalentemente fonti revisionistiche di parte fascista, accuse che l’autore ha sempre respinto con decisione. In realtà Pansa descrive la resa dei conti avvenuta purtroppo alla fine di una guerra civile, sottacendo però che in Italia i vincitori di quella “guerra” fecero molte meno vittime che altrove. Voglio ricordare che in Spagna, dopo la guerra civile, i franchisti vincitori fecero più di 200.000 morti, e che in Francia, alla fine dell’ultimo conflitto, le condanne a morte furono molto più numerose della nostre (6.700 contro 500). Parlo di quelle decise nelle Corti di giustizia, perché non ho dati su quelle eseguite dai fucili dei partigiani francesi.
Da qualche anno in seno alla cultura italiana è in atto un lacerante dibattito revisionistico sulla storia e sull’importanza della Resistenza. Alcuni storici hanno addirittura teorizzato la “Morte della Patria”, volendo significare che, con il disfacimento dell’esercito italiano dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, si sarebbe dissolto anche il sentimento collettivo di amor di Patria e che ancora oggi il nostro Paese non avrebbe un’identità nazionale. L’Italia, secondo Ernesto Galli Della Loggia, il principale sostenitore di questa tesi, è stata in quest’ultimo mezzo secolo “una democrazia senza Nazione”.
Se è pur vero che il sentimento di coesione e di solidarietà nazionale è ancora molto carente nella politica e nella società del nostro tempo (siamo un popolo di individualisti!), la teoria revisionistica, secondo la quale la Resistenza italiana sarebbe stata solo un movimento minoritario e di parte, cozza contro l’evidenza dei numerosi fatti d’armi che, nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre 1943, in tutta Italia e anche all’estero, testimoniarono la fedeltà al giuramento di una parte significativa dell’esercito italiano. Voglio ricordare, tra i tanti, due episodi emblematici: a Salerno il generale Ferrante Gonzaga si ribellò ai militari tedeschi facendosi uccidere, pistola in pugno, piuttosto che impartire ai suoi uomini l’ordine di resa; a Cefalonia, un’isola greca, diecimila soldati italiani decisero con voto unanime di non deporre le armi. Stretti dal mare, da terra e dall’aria i nostri soldati vennero massacrati in combattimento o fucilati in massa. E la scelta di tanti nostri soldati di non arrendersi ai Tedeschi va accomunata a quella degli oltre seicentomila militari italiani internati in Germania che rifiutarono di aderire a Salò in cambio della libertà. Queste scelte consapevoli, in un’epoca nella quale, per l’assenza dello Stato, le grandi decisioni erano affidate solo alla generosità e al coraggio dei singoli (e l’iniziativa individualistica in quell’epoca è stata la nostra forza) assieme alle tante spontanee insurrezioni popolari (emblematiche le “quattro giornate di Napoli” e le “tre giornate di Lanciano”) e ai tantissimi esempi di altruismo e di solidarietà di cui è stata capace la nostra gente nei confronti dei perseguitati – ebrei e antifascisti – e a sostegno poi dei partigiani, smentiscono clamorosamente la teoria della “Morte della Patria”. La storia ci ricorda dunque che una parte consistente del nostro esercito e della popolazione civile si batté per difendere i valori della Nazione e della sua continuità. E tutto questo ben prima della costituzione delle Brigate Partigiane, ponendo così le basi di quel movimento nazional-popolare che fu indubbiamente la Resistenza al fascismo.
La Resistenza dunque è iniziata quando ancora non si era organizzata la lotta armata partigiana, e questa realtà è stata per tanti anni colpevolmente dimenticata anche a opera di una cultura che voleva – per finalità opposte a quelle degli attuali revisionisti – avvalorare la tesi di una Resistenza quasi esclusivamente “di parte”, sottacendo tra l’altro gli errori e gli eccessi “di quella parte”. Una cultura anche trasversale che, per motivi di “realpolitik” in un’epoca di “guerra fredda”, preferì tenere per anni sotto silenzio molte stragi compiute dai nazisti, e quelle compiute in Venezia Giulia dai partigiani di Tito. E, a proposito del tentativo revisionista di mettere sullo stesso piano “i ragazzi di Salò” e i giovani che si batterono contro il fascismo, il presidente Carlo Azeglio Ciampi ci ha ricordato che, anche se quello odierno deve essere il tempo della pacificazione, “nel 1943 il conflitto non era più fra Stati ma fra principi, fra valori”.


 

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