A proposito di felicità
La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui che però ti tolgono il tempo per vivere… Lo spreco è invece funzionale all’accumulazione capitalista che implica che si compri di continuo magari indebitandosi sino alla morte.
Queste parole sono di José Alberto Mujica Cordano (Montevideo, 20 maggio 1935) un politico uruguaiano, conosciuto pubblicamente come Pepe Mujica, senatore della repubblica e capo dello Stato dal 1º marzo 2010 al 1º marzo 2015. Pepe Mujica ha un passato da guerrigliero ed è stato prigioniero politico per 13 anni – subendo violenze e sevizie – durante la dittatura degli anni 70 e 80.
Pepe, 83 anni, è noto per il suo stile di vita modesto (non ha mai voluto abitare nel palazzo presidenziale e ha sempre donato il 90% del suo stipendio a importanti cause). Oggi vive in una modesta casa di campagna con la moglie Lucia e il suo cane a tre zampe. La coppia vende crisantemi per vivere.
Pepe Mujica – a mio avviso – è un santo laico, un eroe che ha difeso le nostre libertà, un esempio per l’umanità. Pepe ha sempre lottato contro le diseguaglianze e contro il consumismo sfrenato, coltivando il sogno bellissimo della decrescita. La decrescita felice parte dal presupposto che non esiste correlazione tra crescita economica e benessere e che a un aumento del Prodotto interno lordo (PIL) corrisponde troppo spesso una diminuzione della qualità della vita. E un minimo di felicità è quello a cui tutti aspiriamo. Trionfa invece il Pensiero unico, quello che attraverso un dispotismo comunicativo ci ipnotizza nelle scelte imponendoci un consumismo nevrotico – l’aumento senza fine della domanda di beni, anche quelli più futili e superflui – con il mito che bisogna incrementare la domanda per sostenere la produzione. L’ideologia liberista è divenuta una teoria darwinista che seleziona il più forte. Chi vince, scrive Keynes, sono solo le giraffe che, grazie al loro collo lunghissimo, riescono a mangiare le ultime foglie rimaste in cima all’albero: gli animali col collo corto muoiono di fame. Il mercato lasciato a se stesso è quell’albero. Produce egoismo sociale e disuguaglianze.
Oggi, dal Governo, ci arriva un continuo chiacchiericcio a proposito di detassazione (flat tax) e di politiche di redistribuzione del reddito (facendo molta confusione tra salario minimo, reddito di cittadinanza, reddito minimo garantito, reddito di inclusione sociale). Voglio modestamente ricordare che la lotta alle diseguaglianze si vince soltanto riducendo la disoccupazione attraverso un calo del costo del lavoro che nel nostro Paese, oggi, è ai primi posti della classifica dei paesi OCSE per il peso del fisco sui salari. Inoltre è necessario tener presente che la forbice della disuguaglianza sociale in Italia si è sempre più allargata dall’ultimo dopoguerra ad oggi. Negli anni ’70 il compenso di un manager era divenuto 20 volte superiore a quello di un lavoratore dipendente; nel 2012 la forbice si è allargata da 1 a 163 volte (rapporto della CGIL nell’anno 2012). Un governo lungimirante dovrebbe impegnarsi prima di tutto a riportare questa forbice a livelli fisiologici non limitandosi solo a ridurre gli assurdi costi della politica (maxi-stipendi, vitalizi, prebende varie), ma anche quelli presenti in troppi settori della nostra società.
A proposito di costo del lavoro, ho sentito parlare poco, dai nuovi governanti, di riduzione del cuneo fiscale. ll cuneo fiscale è un indicatore percentuale dell’incidenza, sul costo complessivo del lavoro, di tutte le imposte (dirette, indirette – Iva, accise, imposte di registro, ecc. – nonché i contributi previdenziali) che gravano sulle imprese e sui lavoratori. In parole povere è la differenza tra quanto un dipendente costa all’azienda (stipendio lordo) e quanto lo stesso dipendente incassa, netto, in busta paga. L’ampiezza del cuneo fiscale è la somma tra le trattenute al lavoratore e gli oneri a carico dell’azienda nonché le imposte a carico del lavoratore. La priorità quindi è quella di favorire una maggiore produttività delle nostre aziende tenendo presente che questo obiettivo non sarà raggiungibile fino a quando, sul bilancio di un’impresa media italiana, tasse e contributi peseranno per il 64,8%: 25 punti sopra la media europea. Oggi in Italia su 100 euro di costo del lavoro 49 (rispetto ai 32 del 2011) se ne vanno in tasse e contributi. Il cuneo fiscale in Italia (quel 49%) è divenuto così di ben 10 punti più alto rispetto alla media europea.
Che fare a questo punto per bloccare la salita del cuneo, in attesa che si realizzi il sogno utopico di una rivoluzione culturale che permetta di coniugare sostenibilità economica con quella che l’economista e filosofo Serge Latouche definisce una decrescita economica ”felice”? Il grande problema rimane sempre quello della copertura finanziaria. Un cane che si morde la coda e che rimanda la Politica, intrappolata in sterili risse, a difficili e sofferte riforme, possibili solo se tutte le forze politiche fossero disposte a confrontarsi nella programmazione unitaria di una grande trasformazione del mercato del lavoro. Per raggiungere questo obiettivo è necessario però, nel Parlamento, uno spirito di grande coesione nazionale. E purtroppo all’orizzonte non si vede nessun Pepe Mujica capace di superare il proprio ego e gli interessi di parte, per unire invece di dividere.






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