Le post verità, in economia e in politica, sono esternazioni criminali
“L’uomo non è più un animale politico, ma un essere in cerca di una guida. E Hitler è dietro l’angolo”. Così scriveva Martin Heidegger al tempo dell’ascesa al potere del nazismo. La predizione del grande filosofo tedesco è purtroppo tornata oggi di grande attualità. I capi dei principali partiti italiani parlano di democrazia, ma praticano la teocrazia. Quella a cui aspirano è una democrazia carismatica che trovi nel consenso popolare una immunità permanente. E se il movimento di Grillo e la lega di Salvini si affidano al populismo per ottenere potere, la sinistra italiana – un movimento storicamente popolare che oggi non ha più un popolo – perde consensi perché, come è purtroppo tipico del suo dna autodistruttivo, è frammentata da egoismi, rancori e posizioni ideologiche utopiche. Il Pd, il suo partito più rappresentativo, è allo sbando; un partito tra l’altro nel quale “il Congresso nazionale non esiste, e l’architettura organizzativa è come il Cavaliere inesistente di Italo Calvino: un’armatura vuota”: così scrive Piero Ignazi su la Repubblica. Il Pd, l’unico partito di governo della sinistra, è vittima delle posizioni demagogiche di Renzi che ha sempre personalizzato le sue battaglie politiche. Giustamente Enrico Letta ha scritto: “Io penso che la politica ha senso se un Noi collettivo limita gli egoismi del singolo”, e Renzi, con grande opportunismo, ha improvvisamente cominciato a parlare di “Noi” creando in tutti grandi perplessità. In questo senso è emblematica, nella sua ironia, la vignetta di ellekappa su la Repubblica: “Il passaggio dall’Io al Noi è forse solo un plurale maiestatis”. La cosa più drammatica è la constatazione che la vera scissione non è avvenuta tra pezzi del Pd, ma tra la politica e il mondo del lavoro. Il popolo non si sente più rappresentato dai politici della sinistra che percepisce lontani e – a torto o a ragione – più impegnati tra affari, malaffare e lotte di potere, che nella rappresentanza dei bisogni dei lavoratori e dei diseredati. Questi a loro volta, accomunati solo dalla rabbia, non si considerano più “compagni”, nell’accezione più nobile del termine che rimanda al latino “cum panis”: mangiare lo stesso pane, condividere cioè tutto, gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze.
Nel frattempo ci ritroviamo insieme ad affollare la tolda di un nuovo gigantesco Titanic in procinto di affondare, mentre il suono del violino del Principe (scrive il sociologo Domenico De Masi) ci illude con il miraggio di una utopica ripresa. “Una ripresa impossibile dei Paesi ricchi perché sono talmente ricchi che non possono aumentare ulteriormente la loro ricchezza. L’unica è ridistribuirla finché di ricchezza ce n’è …. L’Italia, su 196 Paesi, è all’ottavo posto al mondo come Pil. Ogni italiano ha un Pil pro capite di 36mila dollari. I cinesi ne hanno uno di 6000 dollari, gli indiani di 1.500. Come facciamo noi ad aumentare ancora?”. Dobbiamo amaramente constatare che Comunismo e Capitalismo hanno fallito entrambi: “Il primo era capace di distribuire la ricchezza, ma non sapeva produrla, il secondo sa produrla, ma non distribuirla” (ancora De Masi). Gli ultimi dati Istat sulla povertà assoluta in Italia ci informano che i poveri sono oggi 4,6 milioni. Il dato peggiore dal 2005.
Basta dunque con le fughe in avanti che in economia e in politica sono esternazioni criminali. Sarebbe onesto che i nostri governanti, invece di continuare a raccontarci post-verità (balle), ci riportassero alla realtà ammonendoci: attenzione, siamo cresciuti tanto e non possiamo che decrescere lentamente. Una “decrescita felice” che consolidi il nostro attuale livello economico e riduca il maggior numero di disuguaglianze possibili, assicurando a tutti il necessario e togliendo il superfluo dove c’è.




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