Quale economia per il nostro futuro?
È necessario coniugare sostenibilità con decrescita
Il ventesimo secolo, quello che lo storico britannico Eric Hobsbawm ha definito “Il secolo breve” (1914-1991: l’era dei grandi cataclismi), si contraddistingue per i disastrosi fallimenti del nazionalismo, del comunismo e del capitalismo.
Se analizziamo queste disfatte solo dal punto di vista economico, ci appare chiaro che il comunismo ha tentato di distribuire la ricchezza tra il popolo, ma non ha saputo produrla. Il capitalismo invece ha creato la ricchezza di pochi, senza ridistribuirla tra i molti. E se con il comunismo è tramontata anche la visione collettivista della società, siamo oggi sempre più vittime di un liberismo feroce, sfrenato e per di più globalizzato, che ha prodotto una crescita esponenziale delle disuguaglianze nel mondo.
Sorge spontaneo a questo punto l’interrogativo: quale economia dobbiamo auspicare per il nostro futuro?
Appare evidente che la crescita economica di per sé non basta se lo sviluppo non migliora la qualità della vita in modo duraturo. Ce lo conferma un autorevole economista americano, Kenneth Boulding, che ha affermato, con una buona dose di autoironia: Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista. Non c’è in effetti bisogno di essere economisti per doversi ogni giorno districare tra le contraddizioni di alcuni dogmi considerati intangibili dalle classi dirigenti e dai media che, quando si occupano di questioni economiche, ripetono in maniera ossessiva alcune parole chiave quali crescita, sviluppo, PIL (prodotto interno lordo), politiche espansive e via dicendo. Sarebbe il caso, invece, di porci un paio di domande.
- È davvero possibile una crescita “infinita”?
- Se aumentano i parametri economici aumenta il benessere collettivo?
Una crescita “infinita” ha la caratteristica di divenire “esponenziale” e prima o poi diventa incontrollabile e impossibile da sostenere. Il PIL è una misura ambigua e fuorviante: un incidente d’auto, ad esempio, il fumo di sigarette, un’alluvione sono comunque fattori di crescita del PIL mentre la casalinga che gestisce la sua famiglia non genera PIL, e lo accresce invece quando – invalida – deve assumere una badante. Se la crescita del PIL non coincide con una crescita di benessere allora occorre smettere di utilizzare tale indicatore statistico come unica bussola. Dirò una castroneria (almeno così la percepiranno gli economisti) ma, a mio avviso, bisognerà in futuro cercare di coniugare “decrescita” con “sostenibilità”, due paradigmi da molti considerati – quando accostati – in forte antitesi tra loro. Un ossimoro insomma perché il primo aspira a una “decrescita sostenibile” e il secondo a una “crescita sostenibile”; una grande opportunità invece, perché – a mio avviso – la contraddizione è solo apparente. I due sistemi infatti implicano entrambi un cambiamento generale di mentalità e conseguentemente dello stile di vita. E per realizzarsi hanno bisogno tutti e due della nascita di un movimento di crescita civile, un nuovo “grande balzo in avanti” (Mao Tse-tung, 1958-61) – questa volta culturale – che non fallisca come quello economico e sociale cinese.
L’economia sostenibile si fonda sulla capacità dell’ecosistema (comunità chiamata “unità ecologica”, costituita da organismi viventi – animali e vegetali – che interagiscono tra loro e con l’ambiente che li circonda) di potersi rigenerare in modo da fornire alle generazioni future lo stesso livello di risorse dei periodi precedenti. Secondo questa teoria lo sviluppo della società non è perseguibile se non rispettando il concetto di sostenibilità dal punto di vista sociale, economico e ambientale. ll nostro sistema economico deve invece stimolare continuamente i bisogni dei consumatori affinché acquistino con ritmi sempre crescenti. Quando non è possibile indurre la sostituzione di un bene attraverso mode, pubblicità e strategie di marketing mirate, si fa in modo che sia il prodotto stesso a “scadere”, rompendosi e diventando inutilizzabile. Il sistema criminale dell’obsolescenza programmata.
stimolare
il bisogno di consumi
bisogna
per soddisfare la produzione
.
ma non doveva la produzione
soddisfare
il bisogno di consumi?
.
parliamone
(da d’altro Canto di Luciano De Angelis)
Per la “decrescita” l’aggettivo “sostenibile” allude invece alla proposta di organizzarsi collettivamente in modo che la diminuzione della produzione di merci non riduca i livelli di benessere. La teoria della decrescita non implica evidentemente il perseguimento della crescita negativa ma si pone come mezzo per la ricerca di una qualità di vita migliore. Il concetto di decrescita è visto come contraddittorio se applicato ai paesi in via di sviluppo che richiedono invece una forte crescita delle loro economie per raggiungere la prosperità. L’interrogativo da porsi è quale sia il punto di equilibrio da raggiungere e cioè quanto le economie dei paesi sovrasviluppati dovrebbero ridursi e quanto le altre dovrebbero espandersi.
Tutto questo rimarrà un sogno utopico se non ci sarà una presa collettiva di coscienza, un’autentica rivoluzione culturale, un lungo processo storico che ci faccia riappropriare del nostro destino affrancandoci dal “Potere forte” dei pochi e dal populismo dei troppi.
L’economista e filosofo francese Serge Latouche ci ammonisce: Dobbiamo inventarci un nuovo futuro… O cambiamo strada o sarà la fine dell’umanità.





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